martedì 28 luglio 2009

Il bisnonno di Crimea

A 180 anni dalla nascita, la figura del bisnonno Carlin mi appare quasi leggendaria. La sua nascita è avvolta nel mistero e nella sua vita, che si distende lungo un arco di tempo di grande durata, egli non solo vide ma addirittura partecipò in prima persona ad avvenimenti del tutto eccezionali per l'Italia. Basta considerare che egli nacque quando il re Carlo Alberto era appena salito sul trono del Piemonte; assistette da ragazzo alle rivoluzioni del 1848 ("anno dei miracoli") ed alla sfortunata Prima Guerra d'Indipendenza; partecipò alla spedizione in Crimea; partecipò alla Seconda Guerra d'Indipendenza nel 1859; vide la spedizione dei mille di Garibaldi e la proclamazione dell'Unità d'Italia nel 1861; vide la Terza Guerra d'Indipendenza del 1866; assistette alla presa di Porta Pia e all'annessione di Roma e del Lazio all'Italia; visse le difficili condizioni dell'Italia post-unitaria; conobbe il vigoroso slancio economico dell'Italia tra gli ultimi anni dell'Ottocento ed i primi anni del Novecento nell'età giolittiniana; assistette, ancora arzillo,allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e morì, infine, quando essa si avviava alla conclusione.
Quando egli nacque, Beethoven era morto da soli cinque anni, Leopardi e Manzoni erano ancora in piena attività letteraria, mentre Chopin, Schumann, Liszt, Wagner e Verdi muovevano i primi passi nella musica. Quando egli morì tutti questi artisti insigni erano già morti da un bel pezzo..
La prospettiva storica che fa da sfondo alla sua vita da letteralmente le vertigini. Tutto ciò che noi abbiamo imparato sui libri di Storia e di cui ci facciamo un’immagine vaga e approssimativa solo grazie alle stampe ed alle incisioni imperfette e a volte fantasiose che ci pervengono dal passato, egli lo vide con i suoi stessi occhi e nella forma degli avvenimenti di cui esso stesso fu partecipe.La sua generazione era quella degli uomini che contribuirono fattivamente e non solo a chiacchiere come oggi molto spesso avviene, a costruire la casa di tutti gli italiani. Era giusto che la sua esistenza non cadesse completamente nell’oblio, ma fosse recuperata nella memoria dei suoi discendenti.
Purtroppo i ricordi di lui, tramandati oralmente nella mia famiglia erano molto scarsi e poco significativi. Non si andava mai al di la del “bisnonno Carlin” quello che andò a combattere in Crimea. So di certo che già pochi anni dopo la sua morte la sua figura cadde completamente in abbandono. Mi sono sempre meravigliato del fatto, tanto per fare un esempio, che nessuna delle sue nipoti fosse a conoscenza che egli era nato a Moncalvo, nell’astigiano e non tra le risaie del vercellese come davano per scontato. Eppure si tratta di un fatto molto importante della sua vita, di cui senza dubbio egli avrà parlato molte volte. L’unica cosa che si sapeva di lui che era un trovatello ma veniva detto con fatica e non da tutti, come si trattasse di una macchia nella fedina penale e non una traversia nella vita della povera gente d’allora. E’ mai possibile che nessuna provasse il desiderio di conoscere qualcosa circa la nascita del nonno? Allo stesso modo costituisce un indice della scarsa attenzione con cui fu tramandata la sua memoria il fatto che nessun oggetto, neppure il più semplice o modesto, appartenuto a lui, è giunto fino a noi: non abbiamo la soddisfazione di tenere tra le mani neanche un solo oggetto (un netta pipe, una tabacchiera, un acciarino a bossolo, ecc) che egli abbia tenuto tra le sue. Molte volte mi sono chiesto il motivo di un simile collasso della sua memoria. Secondo me, la risposta, e lo dico con rammarico, sta in ciò:egli ebbe la sfortuna di avere solo un figlio maschio che, per contro, gli diede molte nipoti, tutte femmine; e si sa che le donne, almeno quelle di un tempo dove la divisione tra sessi era molto marcata e netta, sono assai poco sensibili, per non dire del tutto indifferenti, a certi ricordi familiari, soprattutto se questi sono legati alla vita militare.
Per chi ha voglia di sapere non rimane che andare in biblioteca e negli archivi di varia natura. Grazie ai documenti scritti, il nostro interesse per il bisnonno ha potuto essere corroborato, ampliato, documentato.
Dico soltanto che le ricerche condotte non solo ci hanno chiarito alcuni punti della vita del bisnonno già percepiti seppur vagamente, ma ci hanno anche rivelato, con effetto di assoluta sorpresa, altri fatti bellissimi ed eccezionali (la partecipazione alla guerra del 1859 la cosiddetta Seconda guerra d’Indipendenza, con relativo conferimento di medaglie al valore, che scoppiò quando, il 29 aprile del 1859, gli Austriaci passarono il Ticino, puntando verso Torino. Questi vennero poi fermati sulle rive della Sesia, dove i Piemontesi avevano allargato le risaie, mentre l'esercito piemontese, congiuntosi con quello Francese di Napoleone III, giungeva alla riviera ligure) i quali ci erano completamente sconosciuti.
La documentazione acquisita relativa all’azione su questa terra dell’avo Carlin era talmente ricca e viva da ricreare potentemente la sua figura, risvegliandola dalle ombre spente del passato.
Quando finalmente riusciamo a leggere i fogli ingialliti dei vecchi documenti, lungamente cercati, allora noi abbiamo veramente la ferma consapevolezza che essi ci aiutano a ricreare tutto ciò che c’era in un tempo dimenticato e che la memoria depositata oggi fa rivivere.

domenica 26 luglio 2009

Cinque giorni a Sanremo


Sono stato a Sanremo. Cinque giorni a Sanremo. Nel frattempo mio nipote in negozio al posto mio vendeva le Marlboro a 4,50 e le cartine per sigarette a 0,40. Meno male che noi vendiamo più Marlboro che cartine per sigarette. I cinque giorni a Sanremo li ho passati nella sala d’attesa di un famoso studio cinematografico. Entravo, chiedevo e aspettavo. Riuscivo a fumare quando la segretaria andava via. Mentre aspettavo, mi si proponevano spacciatori di eroina, agenti assicurativi, attricette di quart’ordine, ballerine di terzo (ordine), procacciatori di voti (siamo dentro le elezioni), chitarristi diciottenni aspiranti alle luci della ribalta, fiorai, naturalmente. Se fossi stato femmina mi avrebbero avvicinato numerosi protettori travestiti da impresari che mi avrebbero spinta in un locale di lap dance dietro l’inganno di una partecipazione al festival. Mi aspettavo di incontrare Milena, una ragazza dell’Ecuador che vive a Sanremo che ho conosciuto nelle Marche qualche anno fa, ma non l’ho vista. Anzi, se la incontrate voi una donna alta due metri che giocherella con un bottiglione di rosso tra due dita, allo stesso modo di come io mantengo la sigaretta in quella fotografia lì, quella sicuramente è Milena, per piacere salutatemela. Direte voi, forse: che cazzo sei andato a fare a Sanremo? Direte voi, certamente: a noi che ce ne fotte? Il fatto è che al quinto giorno di anticamera, quando ormai mio nipote vendeva i pacchetti di sale iodurato al posto delle scatole di pastelli, quando ormai pure la segretaria aveva preso il vizio del fumo dietro mia insistenza, è uscita lei finalmente dal suo ufficio privato, mi ha sorriso, avvolta in un vestito nero che le lasciava le spalle scoperte, ha buttato la testa all’indietro come è solito fare nelle sue migliori interpretazioni. Mi ha sorriso, mi ha firmato un autografo. Chi è lei? E’ Mariacristina Brettone, attrice di teatro, poetessa. Ha una cultura che vi fa impallidire, le sue poesie potranno sconvolgervi, destabilizzarvi, arricchirvi o spingere la vostra mente verso inattesi e inimmaginabili orizzonti. L’effetto che fanno a me le sue poesie è quello stesso effetto che capita a quello sballato disegnato da Andrea Pazienza che si trova di fronte a un muro con una macchia viola, che resta tutta la notte a fissare quel muro con la macchia viola, e che la mattina dopo guarda la macchia viola e dice “cazzo, è proprio viola, io l’avevo detto che era viola”. Per lo più è una donna paziente e gentile. Anzi, è una donna gentile e paziente. Penso a L’angelo azzurro, di Joseph Van Sternberg: a Eric Jennings, che si innamora perdutamente di Marlene Dietrich. Penso che era giusto così. Sono contento.


Sabato Cuomo

venerdì 26 giugno 2009

Fate volare palloncini verdi nel cielo di tutto il mondo




TEHERAN - Oggi sono stata tutto il giorno in casa sono uscita soltanto per comprare i palloncini esclusivamente verdi all'inizio della mia via. Ne ho comprati ben 12 e ho intenzione di gonfiarli e lanciarli in aria domani (venerdì) alle 13 ore iraniana non ho ancora scoperto come gli devo gonfiare per farli volare bene. Sono un po' depressa e stanca non ho tanta voglia di uscire comunque non so dove andare e cosa fare. Il tam tam è iniziato ieri dopo la sanguinosa repressione del regime, catene di mail e gruppi su Facebook chiedono a tutti iraniani e non, dentro l'Iran e negli altri paesi di far volare dei palloncini verdi in segno di solidarietà, speranza e per mostrare che la nostra battaglia non è finita continua. Gli sms non funzionano e comunque ho deciso che non ne farò più uso. Voglio anche legare dei nastri verdi e bigliettini ai miei palloncini scrivendo libertà e Allaho Akbar. Oggi non c'erano in programma manifestazioni e comunque io ormai sono a casa e non mi hanno avvertita vedrò stasera o domani se e come si sono svolte. Ci sono gruppi che vogliono far saltare l'elettricità con l'accensione di elettrodomestici, ma io non sono d'accordo non potrò più andare su internet e ci saltano tutti i contatti, visto che ho installato un rompi filtro fantastico (your freedom). Ho solo qualche problema con Youtube la lettura dei video è veramente lenta. Per il resto ho accesso alla rete senza problemi. I giornali ormai sono inaffidabili ci informiamo come possiamo nei blog, media stranieri e social network. Via mail mi hanno mandato un nuovo giornale clandestino Khyaban ''La Strada'' in formato pdf che critica aspramente le ultime violenze. Ho già scritto un articolo completo per Agenda News. Ho appena letto il comunicato di Mir Hossein Mousavi, finalmente, afferma che la tv di stato, le agenzie di stato e i giornali come Keyhan hanno distorto la verità dei fatti prima e dopo le elezioni. Dopo giorni di accuse rivolte al candidato riformista di avere fomentato la rivolta titolo di Keyhan giornale ultra conservatore diretto da Hossein Shariatmadari molto vicino al leader supremo. Inoltre Mousavi dice che le elezioni sono state una grande bugia e che i manifestanti sono stati massacrati di botte, uccisi e arrestati. Lo staff del candidato ha inoltre chiesto l'autorizzazione a celebrare una cerimonia per i martiri degli ultimi giorni. Se verrà concessa, il luogo verrà comunicato. Dopo il volo dei palloncini domani abbiamo in programma di accendere dei lumi per il tramonto e per la sera. Si devono calmare gli animi e forse dobbiamo sperimentare altre forme di protesta come gridare Allaho Akbar dai tetti. Faccio un ultimo giro su Facebook e Twitter e noto con grande preoccupazione che Persiankiwi non scrive dalla sera del 24 giugno i suoi ultimi post sono stati : ''dobbiamo muoverci - non so quando potrò ricollegarmi - hanno arrestato uno di noi sarà torturato e farà dei nomi - adesso dobbiamo muoverci in fretta'' poi ''grazie a tutti quelli che hanno supportato l'onda verde - perfavore ricordate il nostro martirio - Allaho Akbar'' e infine ''Allah- tu sei il creatore di tutte le cose e ritorneremo da te Allaho Akbar''. Sperò che non gli sia successo nulla, era un punto di riferimento su Twitter . Sono esausta domani è un giorno importante è il secondo venerdi dopo le elezioni e staremo a vedere chi guiderà la preghiera e che parole useranno. Sono quasi le due e mezza o forse tre è in chat si scatenano è morto Michael Jackson il re del pop, mi dispiace è stato un idolo ed è molto amato dagli iraniani come tanti altri cantanti occidentali. Poi mi sorge il dubbio non sarà che la morte di un grandissimo della storia della musica oscurerà la nostra battaglia?



Fatemeh Karimi è una studentessa iraniana che, come tanti altri, sta vivendo questi giorni di paura, rabbia ed emozioni. Giorno per giorno, riferisce sul nostro sito quello che vede e sente, quello che vedono e sentono i suoi amici. Fatemeh aveva cominciato il suo racconto sul sito
"AgendaComunicazione.it" che da tempo si occupa di comunicazione.



giovedì 18 giugno 2009

Il Referendum questo sconosciuto


Un italiano su due ignora che si tratta di un referendum e un numero altissimo non ne conosce i contenuti. E va bene che in 30 località ci sono i ballottaggi, ma l’estate è scoppiata. E riuscire a portare alle urne il 50 per cento dei votanti e raggiungere il fatidico quorum appare un’ardua impresa.

I quesiti
Sono tre, su schede di colore diverso. La legge attuale, proporzionale, prevede un premio di maggioranza da attribuire (su base nazionale alla Camera, regionale al Senato) o alla «singola lista» vincente o alla «coalizione di liste». Il primi due quesiti propongono di eliminare la seconda possibilità. Chiedono infatti di cancellare il collegamento fra liste alla Camera (scheda viola) e al Senato (scheda beige chiaro) e il premio alla coalizione. Il terzo (scheda verde) chiede invece di abrogare le candidature plurime, cioè la possibilità, per la stessa persona, di candidarsi in più circoscrizioni.

Cosa cambia
Se passasse il sì alle prime due domande, il premio di maggioranza verrebbe attribuito alla singola lista vincente. E verrebbero innalzate le soglie di sbarramento, al 4% alla Camera, all’8% al Senato. Il sì alla terza domanda cancellerebbe invece i «ripescaggi», che permettono all’eletto in più circoscrizioni di decidere il destino degli altri, stabilendo dove ritirarsi. La «porcata» resterebbe però intatta: le liste rimarrebbero «bloccate» e scelte dall’alto.

Che fare
Affidarsi al buon senso e alla propria personale sensibilità politica è l’unica ricetta che mi sento di consigliare. Votare o meno è quanto mai relativo perché, comunque vadano le cose, cioè che vinca il si, il no o l’astensione i politici continueranno a fare, indisturbati, il proprio lavoro.

EffeTi.

sabato 25 aprile 2009

25 Aprile 2009

Mio padre mi ha insegnato: “ogni giorno nella tua vita, fai in modo che ci sia un pensiero per chi ti ha dato la libertà”. Io ho sempre cercato di farlo anche quando il vento delle cose cercava di offuscare la memoria e, così, per rafforzarla, ogni tanto mi leggo le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Sono epistolari di partigiani e patrioti scritti quando essi, catturati da fascisti o tedeschi, già sanno, anche indipendentemente da una sentenza di tribunale o di comando nemico, che verranno uccisi; o ne hanno il presentimento e manifestamente lo esprimono.





Torino, 4 aprile 1944.
“Angeli miei,
ci hanno allungato la vita di 24 ore per sottoporci ad un interrogatorio.
E’ stata una giornata densa di pensieri. Tutta la vita mi è passata innanzi, ma più di tutto, sopra tutto, tu moglie mia, tu figlia mia.
Il cappellano che ci assiste, e col quale ho avuto anche un cordiale colloquio, mi ha detto che svolgendo certe pratiche è possibile riavere il cadavere. Fatelo, a me non importa nulla, ma so che per voi potrà essere un conforto; se, poi, tu facessi la tomba in un posto ove un giorno (molto lontano) ti potessi riavere vicino a nanna con me, allora ne sarei contento. Attenderò quel giorno con tutta la passione mia, ma che venga lontano, in modo che tu possa vedere i figli di nostra figlia più grandi di quel che ho visto io mia figlia.
Il mondo migliorerà, siatene certe: e se per questo è stata necessaria la mia vita, sarete benedette.
Io vi benedico per il grande conforto, per il grande sostegno che la certezza di essere da voi due ricordato ed amato mi dà e che mi fa andare sereno davanti al plotone di esecuzione. La mia fede mi ci fa andare sorridendo.
Tenetemi nel vostro cuore per tutta la vita, come io per tutta l’eternità.
Tuo marito, tuo babbo”.


Paolo Braccini (Verdi). Anni 36. Fucilato il 5 Aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da un plotone di militi della GNR. Medaglia d’oro al Valor Militare.


E’ bene ricordare che la libertà non è un’idea ma un bene comune e se di essa non godono tutti non saranno liberi neppure coloro che si reputano tali.

lunedì 13 aprile 2009

Il giallo ti dona – COSI’ COME ORA – 1 -








“Così come ora
sotto gli alberi scuri
dove stanno i grilli
all’improvviso tu smetti di ridere
mi prendi le mani
e le poni sul tuo cuore.”





Il commissario Catalano era quel giorno con l’animo leggero.
Si avviava a piedi verso il commissariato di zona di cui era titolare e per le strade del grigio e operoso quartiere, a dispetto dello smog, un sole un po’ velato annunciava la primavera.
Neanche lo stridore dei tram e la puzza che usciva dai tubi di scarico delle macchine non lo turbava più di tanto; arricciò il naso: “Devo fare come i giapponesi e mettermi la mascherina”, pensò, affrettando il passo. Pur essendo un convinto salutista, neppure l’ambiente degradato e maleodorante del rione dove lui stesso viveva e lavorava riusciva, in quel momento, a fargli cambiare umore. D’altronde, gli appelli del sindaco a limitare l’uso delle auto e moderare quello degli impianti di riscaldamento, erano, come sempre, caduti nel vuoto. Gli alienati abitanti della città continuavano ad usare le automobili e ad avere in casa un clima da tropico del cancro.
Antonio Catalano era, quella mattina, contento di sé.
La sera prima aveva ricevuto un encomio solenne dalle mani del prefetto per aver arrestato una banda di borseggiatori che da mesi seminava il panico nel mercato rionale, la sua vita sentimentale non gli dava preoccupazioni: era stabile come mai in precedenza con altre relazioni e non intralciava il suo progetto di vita.
Era arrivato in questo stato d’animo alla palazzina dove lavorava, addossata quasi sotto al cavalcavia del più importante e strategico snodo periferico dove il traffico scorreva a velocità da incubo. Davanti al portone un africano dalla pelle d’ebano era in attesa che aprisse l’ufficio immigrazione per farsi firmare il permesso di soggiorno: “Apre alle dieci” gli disse, superandolo di corsa. Entrò nel commissariato che erano già tutti al lavoro, si liberò in fretta del giaccone sportivo e si sedette alla scrivania. Allungò la mano e accese il ricetrasmettitore per mantenersi in contatto con le pattuglie in giro per il quartiere. Anche la radio sembrava dalla sua parte quella mattina: nessuna voce allarmata, solo il gracchiare delle onde magnetiche che per lui erano come un sottofondo della musica dei Police che tanto amava. La giornata iniziava bene pensò seguendo lo sciacquio. Prese dal cassetto il lungo pacchetto dei sigari Garibaldi, ne tolse con cura uno, l’annusò da punta a punta e mentre stava per dividerlo in due scoprì che poteva anche farne a meno non avendo bisogno, per adesso, di nessun atto consolatorio. Scorse distrattamente il principale quotidiano della città. Nessuna notizia riusciva a catturare la sua attenzione: né il conflitto tra Israele e Palestina, né l’ennesima drammatica giornata nera dell’economia mondiale. Si fermò solo all’enfasi dei titoli perché tanto gli bastava per vedere il precipizio in cui si era avviato il mondo. Sfogliò, ancora, pigramente, le pagine; terrificanti notizie di cronaca: un padre che violentava da una quindicina d’anni la figlia ma che veniva assurdamente difeso dalla moglie e dal resto della famiglia e il grande fiume Po avvelenato da pesticidi di nuova generazione. Facce allucinate guardavano dal giornale: assassini, stupratori, spacciatori, morti per droga. Tutto come da copione che lui doveva leggere e interpretare in prima persona ogni giorno.
Non era cinico, il nostro commissario e non nutriva particolari avversioni verso il genere umano, ma neppure queste notizie riuscirono a scalfirlo. Mentre stava per uscire dalla pagina delle noir un’immagine, accanto al reportage di un processo per concussione a carico di un rampante politico locale, suscitò la sua attenzione: c’era la foto di un magistrato donna che gli piaceva da morire fin dal primo momento che l’aveva conosciuta. La guardò con particolare interesse: lo attirava quello sguardo rapace e voleva trattenerlo. “Meglio non mettersi nessun pensiero erotico in testa soprattutto con la donna di un amico” si disse, ponendo da parte il giornale.
Bisognava pure che si decidesse a fare qualcosa quella mattina. Rimase per un attimo in sospensione, finché lo sguardo gli cadde su una pila compatta di verbali che aspettavano di essere firmati. Così ordinati, non riusciva quasi a vederli. La nuova segretaria, un agente appena trasferita dalla Sicilia, era precisa, pignola, di quell’ordine da altare officiale: ogni cosa doveva avere il suo posto e più in evidenza, vicine, le cose da trovare subito. Così era per quei verbali che evidentemente per lei avevano l’importanza di un calice per la messa. Quando stava per controfirmare un ritiro di patente per guida in stato d’ebbrezza, la radio cessò di gorgogliare. Una voce meccanica si sovrappose a quella monotona distonia: “A tutte le auto, a tutte le auto”, la solita premessa, “rapina in corso all’Ipermercato le Ferriere, prestare la massima attenzione”.
“E’ a due passi da qui” disse Catalano a voce alta. Poi chiamò, Carmelita, la segretaria, alla quale chiese chi fosse il capo pattuglia per quel giorno.
La ragazza corrugò la fronte: “Grilletto facile, credo”.
La bocca larga e carnosa di Catalano si contrasse in una smorfia. Di tutti i suoi uomini a disposizione il Vice ispettore Pontone era il tipo meno adatto per vedersela con una rapina. Quel soprannome glielo aveva appiccicato proprio lui dopo averlo visto perdere troppe volte la concentrazione e estrarre l’arma dalla fondina senza pensarci due volte. L’aveva rimproverato spesso, sia in via ufficiale che in sede privata, ma lui aveva sempre continuato a comportarsi in quel modo nervoso e incauto. Di trasferirlo non se ne parlava perché Pontone era l’archivio umano del commissariato, talmente bravo da far impallidire i file del computer, poi erano compaesani e le radici non si potevano recidere e, come ultimo, faceva da trade-union per salvare il salvabile di una grande amicizia adesso risucchiata nelle pieghe della marginalità.
Prese il cellulare e chiamò direttamente il Vice Ispettore.
“Dove siete?” gli chiese.
“Stiamo arrivando, commissà”.
“Mi raccomando…”
Non ottenne risposta. Erano già sul posto, probabilmente.
Adesso sentiva il bisogno di una boccata di fumo acre. Prese il sigaro lasciato sulla scrivania, unì i due pollici e con un colpo secco lo spezzò in due. Era arrivato si e no alla terza boccata quando le note di Roxanne dei Police si sprigionarono dal cellulare. Guardò il display: Pontone.
“Allora!” esordì il commissario.
“Venite, commissà, che qui è una tragedia”! Mai l’aveva sentito così disperato e dimesso nei toni.
Il cuore cominciò a martellargli la cassa toracica anche perché la comunicazione si staccò e lui non ebbe altri ragguagli in merito.
“Tre in macchina con me, subito”, ordinò ai suoi uomini.
Raggiungere l’Ipermercato fu una questione di pochi minuti. Nel parcheggio erano già in sosta parecchie autovetture della polizia e dei carabinieri. Nessuno degli agenti impugnava qualche arma e questo era un preciso segnale che la tragedia, se di questa si doveva parlare, era già stata consumata.
Un’autoambulanza fece il suo ingresso nel parking a sirene spiegate mentre il commissario entrava di corsa nella grande hall. Con lo sguardo scrutò il lungo corridoio di marmo lucido che portava ai vari settori commerciali. In fondo c’era un capannello di persone e, in cima alla scala mobile, davanti a lui, altri due gruppi poco distanti tra loro. Si diresse lì. La scala era bloccata. Percorse i gradini metallici saltandoli a due a due. Con una mano scostò, in modo brusco, quel muro umano e si trovò di fronte il Vice Ispettore Pontone. Era seduto per terra. Con una mano si manteneva il polpaccio della gamba sinistra che sanguinava copiosamente, mentre con l’altra impugnava ancora la pistola. Il volto esangue solcato da lacrime che scendevano come un torrente in piena, gli occhi puntati nel vuoto che si rianimarono solo quando il commissario lo interpellò.
“Che è successo?”
“Quello,” e con un cenno della testa indicò l’altro raggruppamento dove si intravedeva una persona distesa per terra, “ha fregato il nostro Luchino ma io ho fregato lui”!
“Come Luchino?”
“Si, Luchino, Luchino”, gridò, disperato. “Andate da lui, Commissà, a me lassateme perde che stongo vivo”.
Il commissario, come se avesse ricevuto un maglio sulla testa, barcollò e si dovette appoggiare al passamani della scala mobile per non cadere. Fu solo un attimo. Ridiscese in fretta le scale e corse come un centometrista verso quel traguardo segnato dal dolore.
“Luchì, fraté, che ti hanno fatto?” gridò, disperato, come se questi potesse ancora rispondere. S’inginocchiò accanto a quel corpo spento, nella piega del dolore, urlando la sua rabbia. Avrebbe voluto voltarsi, scappare lontano, ricordare l’amico nel tempo felice e non in questa circostanza orrenda, ma il senso del dovere lo costrinse a rimanere lì, nel cunicolo cieco di una fine violenta e barbara. Fissò lo sguardo verso quelle labbra violacee già incarnate nella morte. Labbra che avevano riso, sussurrato, amato e che adesso sarebbero state immote per sempre. Guardò con orrore quel foro nero sulla tempia destra da dove usciva una materia grigiastra aggrumata. “E’ stata un’esecuzione” pensò prima di essere sopraffatto da un’intensa emozione. Gli sfuggì un gemito quando un’ordalia d’immagini passò davanti ai suoi occhi. Loro due insieme fin dall’infanzia: il cortile di un condominio, i calci al pallone, le feste di compleanno, la scuola, dalla prima elementare al liceo classico, le ragazze, le speranze, i sogni d’evasione da una città di provincia vista come una gabbia, ma amata come la più preziosa delle gemme. Una laurea in scienze politiche per tutti e due e un concorso nella polizia di Stato vinto brillantemente da entrambi. Il corso da allievo ufficiale a Cosenza e il primo impiego a Palermo per poi trasferirsi a Torino e rimanerci fino a questo tragico epilogo. I gemelli dauni li chiamavano per la loro unità, per il pensiero comune, per le parole d’amore verso una città che, pur essendo stata avara nell’offrire prospettive di lavoro e irrispettosa del loro entusiasmo e della loro intelligenza, veniva ricordata sempre con affetto e nostalgia. I primi anni a Torino furono difficili per entrambi. L’ambientamento, innanzi tutto, in una metropoli in cerca di una nuova identità sociale dopo gli anni grigi, in tutti i sensi, di una monocultura industriale che l’aveva dapprima esaltata e poi gettata nella disperazione per l’assenza di nuove prospettive. In una città che era diventata in pochi anni un crogiuolo di razze, di culture e di religione diverse. Una città in procinto di esplodere ogni giorno ma che riusciva a tenere grazie alla abnegazione di molti che usavano l’intelligenza al posto della violenza e Luca Tonti era uno di questi. Poliziotto fuori e uomo di cultura e di umanità dentro. Per lui il lavoro “sporco” sulle strade non era consono alle sue idee. Preferiva l’indagine e il ragionamento all’azione pura. In questo era dissimile dal collega e amico Catalano più disposto a farsi sopraffare dagli impulsi che disporsi a ragionare e questa diversità di formazione, ad un certo punto della loro carriera, venne a galla.
Un anno prima, con l’avvento del nuovo Questore di Polizia, c’era stato il riassetto degli incarichi. Catalano si aspettava la promozione a vice capo della squadra mobile, per i suoi certificati meriti acquisiti sul campo che,però, non furono sufficienti all’avanzamento di carriera e la funzione fu assegnata, a sorpresa, proprio al suo amico più caro che non vantava certo il suo ruolino di servizio. Luca Tonti era dirigente capo dell’ufficio stranieri, un ruolo importante ma non paragonabile a quello di un pari livello impegnato in prima linea contro malfattori di ogni genere e schiatta. Questo era il pensiero di Catalano che un giorno lasciò andare alla deriva la sua rabbia con l’amico non risparmiandolo di critiche e sospetti. Luca aveva ascoltato i suoi sfoghi con pazienza, manifestando anche il suo stupore per quella nomina inaspettata ma, poi, Antonio, fece un passo di più del consentito, più di quanto una seppur consolidata amicizia permetteva. “Non è che i tuoi rapporti idilliaci con la magistratura abbiano influenzato i nostri superiori in questa scelta?”. Non fu per niente ironico Catalano, voleva colpire e pensava di aver trovato il punto debole di congiunzione. I rapporti idilliaci erano quelli che intercorrevano tra Luca e Carla, un giovane magistrato del Tribunale locale. Gli occhi di Luca fiammeggiarono, e Antonio trasalì: in quello stesso momento aveva capito di aver passato il limite, di aver contaminato con prodotti tossici il fertile terreno morale dell’amico. Da quel momento tutto il verde di quel lungo e inossidabile rapporto divenne nero petrolio, il calore dei sentimenti diventò vischioso come la brina d’inverno e i rubinetti da cui sgorgava la linfa della fratellanza si chiusero per sempre. Solo il vice ispettore Pontone, amico di entrambi, non si rassegnava a consegnare quel sodalizio perduto agli annali del tempo. Lottava da par suo,a volte inventandosi frasi ad effetto da loro mai profferite, affinché tutto tornasse come prima ma doveva fare i conti con lo spropositato orgoglio che li intossicava ogni giorno di più. Nessuno dei due mollava di una virgola, nessuno dei due era intenzionato ad ammettere i propri errori e nessuno dei due era disposto a fare dei passi verso l’altro. Erano diventati l’uno con l’altro dei fantasmi. Potevano essere anche spalla a spalla ma era come non esistessero almeno fino a quel giorno in cui la morte aveva livellato ogni angheria ripristinando, paradossalmente, l’amicizia perduta. In quel preciso momento per il commissario, era come se la vita si fosse ampliata: vedeva di più, sentiva di più e sapeva con certezza di aver amato molto di più. Di più della normalità, così, come ora!



Frator, 13 Aprile 2009






















martedì 7 aprile 2009

Libordo


Libordo partì per l'America subito dopo la guerra, e io me lo immagino, grande e grosso com'era, ottimista, volenteroso e forte. Lo immagino lavorare in qualche miniera, o in qualche impresa di costruzioni. Sicuramente abitava in qualche monolocale del bronx, lui la moglie e il figlioletto. Questi monolocali ai piani alti di questi palazzoni americani, se ne vedono tanti al cinema: mi viene in mente quello di DeNiro in Taxi Driver (a colori) o quello di Sterling Hyden di Rapina a mano armata, (in bianco e nero), io me lo immagino in bianco e nero, questo monolocale: senza ascensore, la scala antincendio che attraversa l'unica finestra, le pareti di cartone che ti filtrano tutte le conversazioni, tutti i litigi del vicino. No, la televisione non c'era, perche' era stata inventata da poco, e i soldi erano ancora pochi all'inizio della avventura americana.Alla sera, dopo mangiato, Libordo si lavava e si coricava, e aspettava che il figlio Giovannino si addormentasse, per scopare la moglie.
Nel buio: "Giuvannì?"
"Che c'e'?"
"Che stai facenno?"
"Me sto addurmentanno, papà".
Libordo imprecava in silenzio, perche' le ore di sonno erano poche, e domani sarebbe stata un’altra giornata di lavoro dura, durissima. “Giuvannì?"
"Che c'e'?"
"Che stai facenno?"
"Stèv rurmenno, papà, che e' succiess? Rispose il figlio con la bocca impastata, le parole incerte.
Dopo, ancora molto dopo:"Giuvannì?"(silenzio)"Giuvann'?", con un tono di voce un pò più alto, per accertarsi che Giuvannino dormiva davvero."Giuvannì?... s'e' addurmut, Assuntì, iamm!"
"Addò iamm, papà?"

Contributo di Sabato Cuomo







mercoledì 25 marzo 2009

O Capitano mio Capitano.

“Il piacere unisce i corpi, la pena le anime”

Start. Ed è con questo pensiero di Guido Ceronetti conficcato nella testa che sono partito alla volta di Sanguinetto. Non ho lasciato animi affranti, né ho visto fazzoletti sventolanti, d’altronde non potevo vederli perché gli occhi erano coperti da una voglia matta di magia e di colori sgargianti.
Ero combattuto tra Palinuro e la sirenetta di Andersen, che impudente esagerazione, uscire dal mare delle consuetudini, non sentire le capziose sirene e arrancare in quest’impresa tanto anelata! Ma il Capitano mi è compagno, amico, poeta, medico dell’anima animalesca molto speciale. Lo è stato per me lungo questi mesi di frequentazione della “piazza”, e poco importa dove lo sentivo presente, vicino: se nel tempo immaginario o in quello reale, se nei luoghi della mente o in quelli fatti di terra, di acqua e di tastiera. Compagno e amico come nell’età antica, cioè nell’età adolescente. L’adolescenza è quello che insegni e che vivi e che scrivi: è il primo segno che mi è venuto da lui. Solo l’adolescenza accompagna e ama, d’un sol fiato e quasi in affanno. Solo un adolescente fugge se i due sentimenti si divaricano, o se uno dei due si dissecca lasciando in vita solo l’altro. Solo un adolescente è specchio perfetto dell’amicizia di Chamfort: quell’ “amitié extrême et délicate, souvent blessée du repli d’une rose”. L’adolescente brucia e si consuma, con o senza fiamma, ed è perché brucia e si consuma che ha sete di alto.
Un sospiro d’immenso sollievo plana su di me quando vedo in lontananza lo svettante campanile di Sanguinetto. Addio lunghe strisce d’asfalto. Addio Verona, uscita sud, che mi ha fatto saltare l’indice magnetico della bussola umana che avevo scrupolosamente incorporato. Addio serre che assottigliano l’aria. Addio paesini del mobile artigianale dove il benessere sputa l’evidenza, è giunta l’ora mia di tirare fuori gli artigli di mansueta tigre e di fare Pasqua.
Tromba. Sveglia d’ordinanza per Palinuro.
Ma chi era Palinuro?

Il pre-concerto. Qui, davanti al Chiostro dei Cappuccini c’è solo Frator, un adolescente che ha fatto il sessantotto, il sessantanove e il settanta e poi si è dato alla macchia. Un fanciullo che ha creduto nella luce e si è assoggettato al buio. Un ragazzo che non ha mai rinnegato i valori e che vive con rabbia in una società dove i valori sono considerati alla stregua di escrementi. Gli dei, però, sono clementi e ogni tanto accontentano gli umani. Radunano apposta, ingegnosi, una ghirlanda di persone, di volti che hanno il profilo d’eternità. Ecco Carol, la Regina delle stordite, che mi riempie di un abbraccio che ha la forza di un Ciclope. Stordita? Si! Ma d’amore! Ecco Crici, che ha messo nel cassetto dei ricordi sgradevoli un femore fratturato e che adesso si gode con cotanto marito la gioia del presente. Ecco Barbara che è uscita da Domitilla e si presenta così com’è, con tutto il suo contaminante entusiasmo. Il coperchio si è alzato e dalla pentola escono profumi conturbanti. L’essenza Daniela-Budyna: due occhi che catturano, sovrastando la sua minuta figura. Ci vogliamo bene, le voglio bene, la sento presente, sempre, anche se non ci siamo mai addati. L’addatura, orrido termine che nasce da un traduttore incazzato, è un formalismo, una convenzione, mentre tra noi c’è concretezza e comunione di pensiero. E, poi…ecco la rumba, la salsa, il ritmo latino-americano che ti strega, t’incatena, fino a toglierti il fiato. Eu, ti fa pensare ad una gazzella, ma lei è donna-pantera dalla cima dei capelli alla punta dei piedi. Donna in amore, donna di passione, un colpo di vento che spazza via le nubi, un sorriso che è luce e schiettezza.
“Quando ti vedrà Enrico….”, mi sussurra tra un abbraccio e l’altro.
Eccome se mi vede, Enrico, il mio Capitano. La sua figura sghemba si staglia sull’impiantito del convento. Viene verso di me, poi si ferma, allucinato, dalla mia grossa possanza. “Professore. No, non ci credo”. Il nostro abbraccio equivale a una scossa tellurica che si propaga nelle viscere, che blocca ogni via di fuga. “Dai su vieni a casa mia” mi dice quando ci riprendiamo dallo sconquasso.
Una delicata guida, il "Tributo", manager di Enrico, mi porta nella casa avita.

La casa. Una volta entrato vengo inglobato in un cunicolo di libri che si ergono come pietre miliari in una libreria che sembra costruita non da un semplice ebanista ma da un liutaio, tanto è armonica. La mia mano scatta verso l’alto e cattura un libro. L’apro e annuso le sue pagine che hanno l’odore del tempo e delle dita che le hanno girate. Pochi passi dopo c’è il giardino, una posada verde dove scorazzano felici due cagnolini che hanno preso il posto del mitico Tatù, il protagonista di una delle canzoni più belle dell'Enrico. Due caratteri diversi, due facce diverse, due virgole che separano un pensiero. L’uno, il barboncino dal pelo bianco e ricciuto, è un giocoliere nato, un trapezista sprezzante di ogni pericolo, che salta, si dimena, sprigionando gioia da ogni poro; l’altro, un bassotto dal pelo lucido e rasato, dal profilo aguzzo come il suo padrone, meditativo, è un attento osservatore delle cose e della gente. Lo spazio è mio e guai a chi me lo ruba sembra dire quando i suoi lunghi occhi ti scrutano. E’ da lì, da quel giardino incastonato fra i muri delle case che noto lo studio del Capitano. E’ come me l’aspettavo, come l’avevo immaginato riflettendo sul luogo ideale di produzione delle idee di un Capitano di lungo corso. Un caos razionale. Un mare di foto che avvolgono, che spiegano il suo mondo, che evidenziano gli affetti più cari, che incastonano quella finestra aperta sul mondo che è il computer. Una finestra sempre spalancata, un cono di luce ardente che aspetta solo un clic per propagare il suo raggio di sapienza. Non ero solo in quel luogo di sconfinamento dalla realtà. Su un divano sbiellato era seduta una nuvola bionda. Impossibile ignorare tale gravità. La nuvola si svela e il suo nome ridonda, richiama immagini viste e riviste, affetti dichiarati, presenze costanti: Raffaella. Eccola! Materiale umano prezioso, diafana d’aspetto e dirompente di verbo. Un gaudio per gli occhi, una gioia per il cuore, un tripudio per orecchie stanche. Banale? Mai! Superficiale? e chi conosce l’aggettivo! Lei è Lei e guai a chi me la tocca.
Intanto, in quel gioco di parole che ci scambiamo, irrompe il Capitano. Aspetta paziente che finisca l’effluvio e poi, guardandomi con occhi scrupolosi, mi fa: “Vieni con me, prof”. Era quello che aspettavo e non vedevo l’ora che accadesse.

Interno casa. Una casa vissuta da tanti e tra i tanti, Eugenio Montale, che ha lasciato dei graffiti, uno per ogni componente della casa. Profetico l’omaggio al Capitano: una barchetta che naviga e che non arriva mai.

Zona cucina. Un uomo ricurvo siede al tavolo. Davanti a lui una tazza e delle fette biscottate spalmate di marmellata, schierate con cura e precisione la stessa che aveva nella preparazione dei suoi articoli sul Corriere della sera. E’Giulio Nascimbeni il padre di Enrico e mio inconsapevole salvatore dai marosi dell’insipienza. Debbo a lui i tanti salva gente lanciatemi quando ero in crisi d’idee nel preparare le lezioni, come debbo a lui la considerazione sproporzionata che i miei studenti avevano del mio linguaggio forbito. Non sapevo come chiamarlo e mi veniva solo Maestro e così ho fatto. E’ stata la cosa giusta!
Le parole di un padre sono sempre un misto di ansia e di tenerezza e quelle dette da Giulio al figlio non si discostano dalla consuetudine: “Mi raccomando, comportati bene questa sera!” Il sorriso montato sul suo volto esprimeva amore e orgoglio.

E venne subito sera. “Sto bene vestito così prof?” mi chiede il Capitano poco prima di andare al concerto. E ottenuto il mio assenso, non so con quanta persuasione del mio giudizio, è pronto per dare il meglio di se. Lasciamo la casa riposare dalle nostre grida e ci avviamo tutti verso il chiostro. Strada facendo si consolida la mia amicizia con Paolo Pilo e la diletta, dolcissima, moglie e naturalmente Raffaella che fa voltare molte teste maschili per la sua svolazzante mise e l’incedere voluttuoso.
Trovo Paolo una persona deliziosa che sa dare un senso non solo alla sua vita. Con lui abbiamo parlato di testi e ho scoperto la sua facilità di scrittura legata ad un notevole senso di percezione della realtà umana che lo circonda.

Il concerto. Il chiostro è vestito di incanti unici. Illuminato dalle candele reincarna il suo passato medioevale fatto di preghiere e meditazione e questa è proprio la sera dove il pensiero troverà il suo appiglio. La gente è quella giusta ed è tanta. Il nemo propheta in patria lascia il posto al quacumque de causa.
Le suggestioni iniziano con Gilberto Lamacchi che, in apertura di concerto, interpreta una delle più belle canzoni di Enrico: “Fiocco di neve” e lo fa con estrema dolcezza e quando le parole lasciano spazio alla musica, ecco che lui interviene con il suo flauto traverso che da all’armonia forme struggenti e uniche.
Adesso è l’ora X. Il Capitano si concede al suo pubblico e l’affetto è tanto. Lui lo sente e si prepara a dare il massimo. Fioriscono le sue canzoni del “Male d’amare” e due suoi inediti che andranno ad arricchire il prossimo album, sorrette da un’interpretazione minimalistica intensa e delicata. Ogni brano trova una sua prefazione, una motivazione, un input di iniziazione alla struttura poetica. Così tutto diventa avvolgente, pieno, interdisciplinare dove tutti vengono coinvolti. Questo significa recital, interpretazione globale, coinvolgimento partecipativo e il Capitano è un’interprete ideale di tutto ciò e la band che l’accompagna ha carpito perfettamente il suo pensiero. Ogni nota ha un senso, ogni parola si fa nota e questo, tutto questo, è musica.
La gioia di stare con la sua gente, con i suoi amici di my space, è condivisa da altri due artisti, suoi amici di lunga data: Paolo Pilo, che lui chiama Giorgio e qui deve correre sotto il palco la solerte Eu per correggerlo dando il la involontario ad una sua fulminante battuta - “Beh vuol dire che non è poi un amico di lunga data” - e Marco Massa. Tutti e due cantano le loro canzoni autorali e lo fanno con passione e riconoscenza, consegnandoci dei testi validissimi e voci oltremodo impostate.
Un finale travolgente: “Tatù” e l’emozione sale; “Stigmate”, dalle struggenti sfumature; “Siamo storie dentro le canzoni”, un canto corale, le braccia alzate che accompagnano il ritmo. E’ il clou ma è anche la fine di un concerto meraviglioso, un qualcosa di così intimo e abbagliante come non l’avevo mai provato. Se in quel momento fossi stato in grado di avere un pensiero avrei pensato che nulla è paragonabile ad un piacere del genere, quando lo si prova dopo averlo lungamente agognato. Io lietamente passivo, abbandonato, dopo essermi guadagnato il pane dell’amore. Il palco si svuota ma il parterre rimane immobile come stregato da una magia sospesa nel calore umido della notte.

Il post-concerto. La casa avita ritorna a vivere. Siamo tutti lì su quella lucida striscia verde a festeggiare il nostro Capitano. Clic di macchine fotografiche, autografi, magliette in dono, fiumi di liquidi e poi il risotto che entra in pompa magna in una grossa pentola portata come un trofeo da quel liutaio che ha costruito l’arca dei libri. Una persona speciale, come sono speciali tutti gli amici veri del Capitano. Marco Massa, ad esempio, un tratto corporale possente come la sua voce, ma una dolcezza di parola che ti mette in pace con il mondo; Alessandro dalla parlata veneta e dalla risata pronta che coinvolge e una ragazza alta come l’Everest che una volta raggiunta la sua cima varrebbe la pena conficcare la bandiera.
E’ l’ora dei saluti. Mi piacerebbe rimanere, scambiare ancora parole, vivere ancore le magie di una serata irripetibile ma la strada per il ritorno è lunga e fra poche ore dovrò varcare a Sud il Rubicone.
Gli addii sono dolorosi, il rimpianto è un colpo di vento che spalanca una porta chiusa ma rimane la convinzione di aver creato un gruppo solido, unito, in nome della musica, della poesia e di tutto quanto rende piacere nella vita. Un gruppo che non si fa guidare da un uomo ma che condivide con lui il sapore della parola in ogni sua sfumatura. E il Capitano è un uomo che non ha paura di addentare le arterie stesse del linguaggio; usa arpioni e morsetti, armi proprie ed improprie; colpisce ben al di sotto della cintura e come un grillo salta e canta, il dorso chino per sopravvivere all’indecenza di queste sciagurate stagioni del disamore.






Frator

lunedì 23 marzo 2009

Adua e le farfalle


Ci conoscemmo in giugno, l’aria era immobile, l’arsura rilucente in qualsiasi punto della città e nel mio studiolo, un antro poco battuto dal sole ma egualmente ribollente, il ventilatore a pale era sull’ultima tacca consentita.
Anche il computer sembrava svogliato. Gli hard-disk andavano a rilento e il monitor rifletteva una luce mai così vivida. Il traffico postale, in quella mattinata di calura era scarso, ben al di sotto della media stagionale che di per se è già bassa.
Dovevo uscire da quel bugigattolo. La bici in garage, tirata a lucido la sera precedente, mi aspettava e anche i campi di grano non ancora falciati,sembravano reclamare la mia presenza.
“Mò ci vado”, mi dicevo. Ma intanto mi soffermavo, pur sudando come un facchino, su alcuni blog di MySpace non letti la sera precedente.
“Adelante companero vamos a matar”. Era il mio notificatore, impostato con la mia voce, che mi segnalava l’arrivo di un messaggio. Clicco.”Adua desidera esserti amico” il breve testo di Myspace.
“E mò basta” dissi a voce alta ma così alta da disturbare persino mia moglie che si ventilava in veranda.
“Che c’è amore ti si è attanagliata una mosca sul video?” disse la mia simpaticona.
Era ormai da un po’ di tempo che giovani fanciulle volevano fare la mia conoscenza per ampliare la loro rete di clientela e questa Adua doveva essere una di quelle. Avevo persino pensato di segnalare la cosa a Tom (Jones) Andersen (nomen omen) l’inventore di questo marchingegno infernale ma non mi andava di passare per un delatore trattandosi, poi, di un banale, anche se complesso, gioco di società. Ma poi il suo nome mi incuriosì. C’è stato un film che aveva aperto la via del mio sapere che portava questo nome come titolo: “Adua e le compagne”. Così diedi il mio OK. Uno in più, uno in meno aveva poca importanza. Molte iscrizioni su Myspace sono un mordi e fuggi. C’è chi si fa prendere dell’entusiasmo per il tuo nik o per una tua frase ad effetto e si iscrive per poi dimenticarti subito dopo. Ma questa volta andò diversamente. Un paio di minuti dopo ricevetti il suo ringraziamento e l’invito di visitare il suo Blog. Così feci, scordandomi del caldo e dei goccioloni di sudore che mi allagavano il viso.
Appena aperto il Blog mi trovai davanti ad un mondo di farfalle dai colori più disparati e luminescenti. Si dice che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia può provocare un uragano in Florida,oppure lo scioglimento di un ghiacciaio al Polo nord. Si dice…
“E’ un’entomologa o una sognatrice?” mi limitai a pensare, senza mettermi nulla di catastrofico in testa.
Passai ad altro. In primis il suo avatar (un neologismo di una bruttezza infinita) com’è d’obbligo per iniziare un rapporto. Una foto riposante con sfondo una casa e lei seduta sui gradini dell’ingresso. Gambe accavallate armoniosamente che sostenevano un corpo ben affilato, un viso piuttosto angelico separato da un sorriso sottile e una voluta di capelli neri dal taglio preciso.
Età? Quaranta, massimo quarantacinque anni.
Vado a leggere le note e qui cominciano le sorprese. Nata in Italia in un paesino maremmano ma residente in Pennsylvania State, più precisamente Pittsburgh, capoluogo della contea di Allegheny e più precisamente ancora a Bellevue che è un centro residenziale immerso nel verde dove prima c’erano imponenti industrie siderurgiche. Insomma, una specie di Milano due, tanto per capirci. Io a Pittsburgh non c’ero mai stato ma conoscevo bene la tipologia di quella città bagnata da ben tre fiumi e i suoi dintorni per via di una ricerca che feci fare ai miei allievi. Pertanto continuai a scorrere con avidità le sue note biografiche. Tre lingue conosciute, inglese, spagnolo e naturalmente italiano, tre figli e tre nipotini, tutti in bella mostra in una immagine sottostante. E qui i miei conti non tornavano. Figli adulti e nipotini che avevano lasciato da tempo la neonatalità, com’era possibile? Riguardo la fotografia. Non era d’antan. Il vestito da lei indossato era di taglio in voga ai giorni nostri e l’immagine apparteneva ad una fotocamera digitale. Scorro ancora i dati e m’imbatto nell’età che qui, senza vezzo, veniva chiaramente riportata. Accidenti, questa donna si conservava decisamente bene nonostante che la sua data di nascita coincidesse perfettamente con la mia, cioè, da ben ventidue anni stabilmente negli anta. Ma era lei nella foto?
Così e anche per risolvere questo dubbio cominciai a navigare e a scrivere nel suo blog. Dapprima ci fu un gentile scambio d’opinioni, per lo più domande sull’Italia che lei non vedeva da più di dieci anni, quando ritornò per via di una gradita eredità e le mie che riguardavano la sua città di residenza e l’andamento politico americano. Di politica ne masticava poco. I suoi interessi erano tutti incentrati sui figli, sul giardinaggio, sulla cucina e sulla situazione economica spicciola. Scriveva in un italiano stentato, alquanto comico, ma lei rimediava a queste lacune con vezzosi inserimenti di inglese e spagnolo. Una faticaccia a leggere che si triplicò quando tra noi la consuetudine diventò quotidianità. Cominciò a scrivere al caffè del mattino quando in Italia era già mezzogiorno, poi alla sua ora pranzo, a quella della cena e anche prima di andare a letto. Raccontava storie autobiografiche di vita vissuta, di amori sbagliati, di figli con padri diversi che avevano lasciato a lei il compito di crescerli e educarli. Piano, piano, veniva fuori un ritratto di una donna forte, determinata, combattiva. Una donna a tutto tondo che non si era mai tirata indietro, che non aveva mai perso la speranza nonostante un mondo nuovo difficile da conquistare, una città fredda e ostile altrettanto difficile da vivere e amare. Ma lei ce l’ha fatta. I figli sistemati, nipotini che la amano, una bella villetta con giardino dove cura i suoi fiori che danno luce ai suoi occhi verdi. Ma tutto questo non le da ancora la gioia dell’assoluto e del definitivo. Lei vuole di più. Lei è ancora una donna in amore. Una donna che non si fa scivolare addosso l’età, che non rinuncia alle emozioni e che esulta quando il suo cuore batte all’impazzata per un nuovo incontro che le da speranza d’amare.
“Ma non ti sono ancora bastati tre uomini che ti hanno fatto soffrire?” le scrissi un giorno.
E lei, pronta e decisa, mi risponde:”Non si può fare a meno d'amare!”
Adua è come una poesia che educa il cuore, che fa la vita, che riempie i laghi aridi, alle volte anche la fame, la sete, il sonno. Magari anche la ferita di un grande amore, un amore che è finito, oppure un amore che potrebbe nascere.
E l’amore, tanto inseguito, entrò di nuovo nella sua vita.
A fine luglio, poco prima di partire per le ferie mi arriva un suo messaggio: “L’ho trovato Frank, ho trovato l’uomo per fare l’ultimo tratto della mia strada. Lo so che è lui. Me lo dicono i suoi occhi, le sue mani che toccano il mio corpo e le sue parole delicate come le tue. Adesso non voglio dire niente di lui per sgaramanzia (scritto proprio così) ma sappi che lo amo!”
Di questo non avevo dubbi perché lei sapeva amare e glielo scrissi.
Non mi rispose subito. Ora non aveva più tempo per me. Il suo cuore era in Paradiso e lei saltellava sulle nubi come un angelo bruno.
Non potevo fare a meno di pensare a lei. Me l’immaginavo felice e carica come una molla d’amore.
A fine Agosto, al mio ritorno, aprii il suo blog. Le farfalle erano sparite sostituite da un grigio anonimo che metteva tristezza. Lei era ancora seduta sui gradini della sua casa, i suoi figli e nipoti erano ancora là, sorridenti e felici di quella mamma e donna coraggiosa, ma in quel blog era sparita la luce.
Le inviai un messaggio privato, quasi un grido di dolore:”Dove sei?”
Da allora niente. Nessun messaggio, nessuna parola. Qualche volta sbircio nel suo spazio. Niente si muove. L’ultima data conosciuta è il 30 luglio, 2008 e le ultime parole sono le mie: “La Vita è un sogno che ha bisogno di essere vissuto. Auguri di cuore Adua”.
Adesso immagino di sentire il battito d’ali delle sue farfalle e mi convinco di aver sentito solo la sua mancanza. Ma è di più. Molto di più.

Frator 2009.

lunedì 9 marzo 2009

Un portale per diventare universale.


Se non
Sperimenti adesso
Ogni rifugio che cerca di
Spacciarsi per Atlantide, come
Potrai riconoscere quello vero?
W.H.Auden.



Il futuro non è che passato che aspetta di accadere e la speranza è un sogno fatto da svegli. Non volete conoscere il mio passato e non volete conoscere il mio nome per la semplice ragione che non ce l’ho, e dovrei inventarmene uno per farvi piacere. E l’ho inventato. Un acronimo che raccoglie di fatto il dato anagrafico. Un nome e un cognome sotto copertura come un agente segreto in missione speciale. Quello che dicono i miei occhi è sempre stato vero e anche quello che dice il mio cuore lo è stato, ma quando si calpesta una nuova terra si ha il timore di essere scoperti, come se il passato fosse d’ingombro al nuovo presente.
Un giorno mi sono alzato prima che la città si svegliasse, ho acceso il monitor, ho scavalcato elegantemente le notizie di stampa, news le chiamano, ho tolto un chiavistello e sono entrato in un portale per diventare universale. In quel preciso momento ho deciso che il mio nome sarebbe stato, per sempre, Frator.
Pensavo di stare poco in quel luogo, di soggiornare quanto bastava per intrecciare qualche relazione umana, per osservare il caos calmo della navigazione e invece, fino ad oggi, sono rimasto incastrato nei meccanismi perfetti di questa macchina infernale chiamata My Space. Anzi, dirò di più, mi sono innamorato di un portale. Più lo guardavo, più ci passavo il tempo ed era come se concludessi un lento periodo di saturazione, simile al gocciolio di un liquido incolore al quale, improvvisamente, si aggiunge una sfumatura rossastra o blu che non si era nemmeno insinuata prima dell’istante in cui era comparsa. Quando la freccia irradiante di Cupido, in questo caso di Tom, il novello Caronte che mi aveva trascinato in quest’Ade, colpisce in maniera così fulminante, poco importa se sei giovane o vecchio, sposato o scapolo, con figli o senza, con esperienza o meno, colto o zuccone. Quel giorno incontri il destino e ti accorgi che dentro di te si apre una voragine. Sei nudo e indifeso come se si trattasse del primo amore adolescenziale. Pensi a quello che eri e che sei adesso, ai tuoi progetti che riposano su uno scaffale. Sai che tutto potrebbe volare per aria, ma rimane il fatto che in quel portale ti sei scoperto disponibile. Non è successo apparentemente nulla, se non dentro di te, e probabilmente non succederà nulla, forse per questioni di riservatezza che ci si porta dentro dalla nascita. Ma lo sgomento rimane. Ti scopri emozionato come mai sei stato e ancora capace di un desiderio profondo. Pensavi che tutto andasse a gonfie vele, qualche normale difficoltà, qualche problema esistenziale da superare, ma niente di serio. Allora cos’è accaduto? Diventa un pensiero assillante. Niente è più come prima. L’ottica dalla quale si guarda la propria esistenza cambia. Quello che sembrava assoluto diventa relativo. Viceversa il relativo, o almeno ciò che dovrebbe essere relativo, giganteggia. Le pulsioni interne si fanno sentire con violenza. Non vale più la ragione, o meglio capisci che devi fare uno sforzo, concentrarti su una risposta e devi ricondurre queste emozioni alla ragione. Ne sei capace? Forse si. E se invece no? E se dopo avere riflettuto e ragionato, una domanda, un appello, ti penetrasse con tutta la violenza di un raggio protonico? Gli amici, se sapessero del mio stato ansioso, direbbero che in casi come questo occorre lasciare del tempo. Tutto si normalizza con il tempo, anche la morte. Ma come si fa a vivere il presente nascondendo questa passione, a far finta di niente?
Un giorno pensavo di esserci riuscito. Era bastata una bronchitella di poco conto, presa proprio davanti al monitor con la solita sigaretta serrata tra le labbra, e per la testa già giravano nuovi propositi di rilancio personale: un mondo da vedere, gente reale da incontrare, strette di mano da scambiare. E, invece, appena ristabilito, è stato sufficiente rivedere il portale per riconoscere la dose giusta e letale di disgrazia, la certezza di non essere così tanto forte e di aver perduto qualche cosa, una felicità o una pienezza, della quale non sapevo nulla, una notizia fugace ma reale. Da quel ritorno diventò un’abitudine frequentare la galleria del portale, quasi un vizio, pur usando ogni tipo di cautela per dissimulare la mia frenesia.
Dietro al portale si nascondono i naviganti. Gente intrepida, fiduciosa che cavalca l’onda virtuale nella speranza di raggiungere spiagge da sogno che facciano dimenticare, almeno per un passaggio di nuvola, l’insipienza del quotidiano. Gente che si presenta, che si racconta, che trasmette immagini, suoni, colori. Gente che si dispera ma spera, gente che chiede conforto e vuole un rapporto vero e per quanto possibile sincero. Così nascono amicizie, dietro alle quinte. Si intrecciano pensieri, si accontentano i desideri e piano, piano, nasce una comunità nella quale è piacevole vivere almeno, fino a quando, il soffuso non si trasforma in boato.
Una voce che si erge piena, prepotente ed esclusiva. Una voce che scavalca altre voci e che è gelosa di queste fino al punto di millantarne le presenze,financo distruggerle moralmente.
Che fare? Si risponde finché si può, cercando le ragioni, le cause di quel degrado psicologico e quando non si riesce più a controllare la soglia di sicurezza ci si dà alla fuga o meglio si cancella quello che non è più gradito. Via l’intruso che vuole spadroneggiare nella tua vita. Brutta cosa l’epurazione! Una cosa che non appartiene alla mia educazione, alla mia cultura democratica. Eppure l’ho cavalcata vedendola come ultima frontiera di salvezza anche se non mi compiaccio affatto del mio comportamento. Ho lasciato che succedesse perché non avvertivo quello che stava succedendo e mi sono accorto solo quando sono stato chiamato direttamente in causa. Si, sono io che non sono stato capace a spezzare la corda quando ero ancora in tempo per farlo e sono sempre io che mi sono sostituito ad un esperto del ramo mentale cercando di risolvere quello che non è di mia competenza. Sono docente, o meglio lo ero, perché adesso navigo nel mare della quiescenza, e devo coltivare questa professione fino alla fine. Diceva Artaud che “la psichiatria è stata inventata per difendere la coscienza presente, per togliere a certe facoltà sovra-normali ogni diritto a entrare nella realtà”.
L’avrò capito? Non so ancora. Certo che adesso prediligo le moine anche se sono relative a loro stesse, mi soffermo a lungo sulla poesia, magari le recensisco ma ignoro volutamente i sedimenti di natura psicologica. Mi adagio sui suoni, inalo emozioni dalle parole e interagisco con esse solo quando non avverto pericoli.
Non me ne vado dal portale e non me ne andrò mai. Qui ci sono gli affetti, i pensieri più dolci, le parole più delicate. Qui ci sono gli amici che dal virtuale sono diventati reale senza deludere le aspettative, anzi rafforzandole.
Non faccio nomi per non dimenticare qualcuno ma dico soltanto che tutto lo stivale è ben rappresentato e anche l’oltre frontiera si difende al meglio.
A questi va il mio grazie. In questi due anni di Spazio sono successe tante cose. Difficile mettere ordine. Mi servirebbe un’altra vita, forse due. Troppo stanco per scoprire altre regioni del virtuale e non saprei dove e come. Quello che è fatto è fatto. Adesso non si può disfare solo capire. Altri forse capiranno. Diranno che ero un uomo con troppe notti sulle spalle. Vedranno un tempo in cui una scrittura che prediligeva gli affetti era la via migliore da seguire. Una via di libertà e di autodeterminazione, senza vincoli se non l’amore e il rispetto degli altri.


Frator, marzo 2009

mercoledì 4 marzo 2009

A lungo, un sogno.





Il luogo:
Foresta Lacandona in Chiapas




L’azione:


Erano fermi in branco, sotto una tettoia di lamiera. Pioveva, l’acqua scendeva in grossi rivoli neri.
“Moriamo”, dissero i cani nel loro linguaggio. Alzarono i musi, mossero appena le zampe. I primi, i più vicini, le tenevano sollevate dondolandole con indifferenza. “Guardaci”, dissero di nuovo e con il solo oscillare delle teste mossero la pioggia come una tenda. Un lampo illuminò prima il cielo, poi la tettoia e la paglia. Nascosti dal fieno, qualche spiga posata sulle palpebre, distesi e immobili c’erano altri cani.
“Avvicinati”, disse il più giovane, apparentemente il più sano con le robuste zampette incrociate per terra.
Io andavo verso quella lingua sconosciuta che improvvisamente capivo. Attraversavo stagni con sciami di oche selvatiche, camminavo fra l’erba. Era la stagione delle piogge, vedevo uomini tagliare gli alberi della foresta, superavo gli steccati di filo spinato, mi inseguiva lo scatto delle forbici intorno ai cespugli.
Arrivai davanti ad una tettoia di lamiera, riconobbi il cane che aveva parlato per ultimo, con stanchezza, perché da allora erano passati anni.
“Entra”, disse il cane. Non era sano come sembrava, aveva un lungo taglio sulla testa, dritto e rosa in mezzo al pelo rossiccio, aveva le zampe intatte ma la coda spezzata, piegata come un guanto dietro il corpo.
“Seppelliscici”, chiese, poi si distese su un fianco.
Amavo i cani. In quella terra che avevo appena cominciato a calpestare li tenevo vicini sotto la cattedra di quella specie di scuola in lamiera, il seme della foresta, dicevano gli indios, o di guardia dietro alla porta.
E una sera dove le mie certezze stavano diventando briciole, li avevo ascoltati abbaiare a lungo fuori dalla finestra, innocenti e veri. Adesso anche loro erano usciti dal mondo, forse infilando una porta per sbaglio, forse pensando di seguirmi in una passeggiata ma lì, davanti a quella tettoia, in quel tempo diverso e slittante con qualcos’altro al posto del cuore non potevo più amarli, non potevo toccarli. Fu questo. Fu sufficiente pensarlo guardando i corpi gonfi dei cani morti, distogliendo gli occhi da quelli feriti. Bastò l’incertezza.
Non sarei entrato nel regno dei cieli, nemmeno in quello Maya. Avrei ruotato a lungo, ciecamente, fra le cose del mondo. Finché la miseria che mi spingeva come un vento non si fosse placata.

Fuori tuonava, le pastiglie sul comodino da prendere, rumori in cucina, un caffè fumava: ero ritornato nel tempo reale.


giovedì 19 febbraio 2009

Sognando l'estate


“Era estate, l’estate era calda, avvampante nella grande città e quando percorrevo in bicicletta il viale asfaltato sotto gli alberi, un senso di repulsione e d’amore insieme mi contraevano il cuore per ogni strada, per ogni casa di quella città, e nascevano ricordi di varia natura, scottanti come il sole, mentre fuggivo scampanellando”.


Natalia Ginzburg – Estate.

venerdì 13 febbraio 2009

I due violinisti!


Due concertisti, uno milanese e l'altro napoletano, si incontrano nellasala da te' di un noto ristorante di Roma.

Il milanese racconta:- Ieri sera ho tenuto un concerto alla Scala; appena ho finito disuonare l'ultima nota... lanci di fiori sul palco, applausi,standingovation.Quello che mi ha fatto piu' piacere e' che il sindaco Moratti e' salita sul palco, mi ha stretto la mano e mi ha detto: 'Complimenti, Lei ci hacommosso! Persino la Madonnina ha pianto!

'Il napoletano risponde:- Anch'io ho tenuto un concerto ieri sera nella Chiesa del Gesu' Nuovo..Appena ho finito di suonare l'ultima nota... lanci di fiori, applausi,standing ovation. Ma quello che mi ha stupito e' che si e' aperta laporta in fondo ed e' entrato Gesu', e' salito sul palco, mi ha strettola mano e ha detto: 'Complimenti! Tu si' ca suone bbuono, no comme a chillu strunz 'e milanese c'ha fatto chiagnere a mamma'!

lunedì 9 febbraio 2009

ADSL: Aiuto, Dio Salvi (la mia) Linea



Ho contribuito alla raccolta delle firme, nel 2007, quando Agerola faceva parte di quel misero 5% dei comuni italiani senza copertura ADSL, ho informato i politici, ho esultato quando mi ha telefonato il 187 chiedendomi se mi interessava l'attivazione. Ho gridato un "Siii!!!" che la centralinista si è spaventata, mia moglie ha cercato la scatola dei tranquillanti, mia figlia ha creduto che si andava in vacanza, mio figlio, imperturbabile, ha semplicemente alzato il volume dei cartoni animati. Ma non possiamo andare in vacanza, perchè è Venerdì 22 Gennaio. Sono il proprietario di una tabaccheria, faccio le ricariche ai cellulari attraverso un POS, raccolgo scommesse sportive e giocate al lotto, anche queste per via telefonica. Uso internet per i fatti miei e per altri servizi offerti dalla mia attività commerciale. Per farvi capire, ADSL è una linea telefonica superveloce, (Asymmetric Digital Subscriber Line) 12 volte più veloce della linea telefonica tradizionale (640 Kilobit per secondo contro i 56 Kilobit di una linea telefonica tradizionale); è come se voi doveste recarvi in città con un automezzo: ci andate in groppa a un somaro se non avete l'ADSL, ci andate su una Ferrari Testarossa se ce l'avete, e non trovate neanche un semaforo rosso. Le farmacie scaricano quotidianamente i dati in 1/12 del tempo normale. I giovani possono scaricare da internet musica, video, e-mail del peso superiore a 1 Mega. Questo è l'ADSL: la Telecom è obbligata, per contratto con il governo italiano, a coprire a sue spese tutto il territorio nazionale, poi il cittadino può scegliere se rimanere con Telecom o scegliere un'altra compagnia telefonica. Dunque Dunque, è Venerdì 22 Gennaio: il proverbio dice che di Venerdi non ci si sposa e non si parte, ma i contratti con le compagnie telefoniche si possono fare. Dico all'operatrice che voglio 2 contratti, uno per casa mia e un altro per la mia attività commerciale e lei mi risponde "mi dispiace signore, ma noi siamo il 187 e trattiamo solo utenze private; per il suo negozio dovrà telefonare al 191, ma domani però, perchè adesso è tardi". Ottimo, l'indomani vado in negozio e, mentre sbrigo due faccende entra un mio cliente abituale che mi dice: "Senti Sabatì, io faccio i contratti 'ADSL per conto della Telecom e ci guadagno una percentuale. Per te è lo stesso - mi spiega - perchè tu paghi gli stessi soldi in tutti e due i casi: se lo fai con me adesso o se chiami il 191". A me sta benissimo: il mio cliente mi darà una prova scritta del contratto, una prova impugnabile al contrario di un astratto, impalpabile colloquio telefonico. Per lo più, il mio e gli altri contratti saranno consegnati direttamente alla Telecom da questo giovane venditore, e presumo che il tempo di attesa sarà ridotto. “Vuoi un computer nuovo, Sabatì? Devi sapere che la Telecom vende anche i computer. Ci penso un attimo ma dico NO. – “Guarda che lo paghi a rate, sulla bolletta del telefono - NO - Vuoi un cellulare nuovo? - NO - Vuoi un videotelefono? - NO. Vuoi un notebook? - NO - Vuoi la linea ADSL? - NO, cioè…oops, SI, certo che la voglio, e mettimi pure un numero telefonico aggiuntivo, che costa 1 euro e cinquanta centesimi al mese, crepi l'avarizia! Arriviamo a martedì 26 gennaio. Come tutti i giorni dell'anno apro il negozio alle 8.30 e chiudo alla 13.00. Poi riapro alle 15.00 e chiudo alle 20.30. Chi è che bussa alle 13.20 mentre siamo a tavola e ci pregustiamo tutti un relax? La Telecom, naturalmente. Non proprio la Telecom, ma una ditta incaricata di consegnare il modem a tutti quanti hanno fatto richiesta dell'ADSL. Facciamo entrare questo "postino" educatissimo, un aplomb degno dell'Ambrogio dei Ferrero Rocher e lo vediamo aprire la scatola e tirare fuori quest'oggetto sconosciuto con gesti solenni, ammirevoli. "Vi avverto, signori - dice il postino - che nulla dovete pagare alla consegna di questo modem, perchè vi è stato fornito dalla Telecom in comodato d'uso". Va bene. "e che nulla dovrete pagare se in seguito si presenterà da voi qualcun altro per la consegna di un apparecchio come questo o simile a questo". Si, abbiamo capito, grazie. "... ma se voi adesso mi date una mazzetta, io l'accetterò come simbolo della vostra benevolenza, me ne andrò e vi farò gli auguri per una buona navigazione in ADSL". Gli diamo 5 euro, anzi gliene diamo 10, perchè stiamo attraversando l'ultima frontiera della scienza e della tecnica. Lo lasciamo uscire di casa da solo mentre noi guardiamo il modem come i bambini del Biafra guarderebbero una porchetta che gira sullo spiedo. Mercoledì 27 Gennaio arriva l'sms della Telecom che ci dice che la connessione è attiva. E' fantastica, inutile dirlo. Ora devo pensare solo all'attivazione nel mio negozio. Sono fortunato ad incontrare il capo dei Servizi Tecnici Telecom per Agerola e Pimonte. "Sai - gli dico - ho fatto richiesta dell'ADSL e spero che arriverà quanto prima". "Hai fatto bene, ma prima devi telefonare al 191 e chiedere la trasformazione della tua linea da ISDN in RTG". "Scusa - gli rispondo - ma facendo così avrò problemi con la mia linea attuale fino al momento dell'ADSL". "No, è importante, se non fai questo il tecnico non potrà lavorarci, andrà a finire che la tua pratica andrà indietro e chissà quanto tempo potrà passare". Va bene, figuriamoci. Domani chiamo il 191 e mi sbrigo, perchè sono passati 10 giorni e stai a vedere che... non voglio pensarci. "Pronto? Il 191? Vorrei chiedere la trasformazione da ISDN a RTG" E perchè? "Perchè ho fatto richiesta dell'ADSL" "Vediamo...non è possibile" Come? "perchè la sua zona geografica non è coperta dall'ADSL". Tento di spiegare che tengo l'ADSL a casa mia, giusto al piano di sopra, ma cade la linea. Non voglio più ritelefonare, avrò acchiappato un operatore incapace e non voglio aspettare altri 15 minuti per parlare con un altro. Passano i giorni, sale la mia ansia, aumentano le occhiatacce in famiglia per chi deve usare il computer "speciale". Giovedì 5 Febbraio chiamo di nuovo il 191 "Vorrei chiedere la trasformazione..." "La sua pratica è stata annullata" Perché? "Vedo che lei prima ha fatto richiesta per l'ADSL e poi ha fatto la disdetta". Ma tengo un contratto firmato in tasca, chi ha firmato la disdetta? "Signore, queste richieste effettuate per telefono non si firmano, le è chiaro?". Siamo a Lunedì 9 Febbraio 2009, sono passati 18 giorni dalla mia firma per l'attivazione e non ho ricevuto nessuna comunicazione ufficiale da parte di Telecom. Soprattutto: chi ha fatto la disdetta al posto mio? E chi gli ha ordinato di farla? Chiamo il mio giovane cliente, la persona che mi ha fatto firmare il contratto, mi dice che ci sono stati problemi... "organizzativi". Quando mi sarà attivato l'ADSL pagherò meno della metà della mia bolletta attuale e in pratica, ogni giorno che passa rappresenta per me una perdita consistente di denaro, ma quando pago la bolletta con 1 o due giorni di ritardo mi ritrovo una multa sulla bolletta successiva. “Quando ti trovi in un tunnel e non riesci a trovare una via d’uscita…arredalo!” (Loredana Sarrica).

Contributo di Cuomo Sabato (Sicuramente agerolese buon amico tabaccaio ostinato).

DAI PESO AL PESO


Dai Peso al Peso:

Più morti delle guerre in Iraq e Afghanistan messe insieme, quelle causate dall’obesità.
Da queste cifre allarmanti nasce l’iniziativa “Dai peso al peso”, promossa dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con Coop e Acaya e sponsorizzata da società, come B&C-ricerche di marketing, da sempre sensibili ai temi legati alla qualità della vita.
Il progetto, itinerante per i centri Ipercoop di molte città italiane dal 13 febbraio al 13 giugno, offre a tutte le persone in soprappeso un check-up gratuito.
E’ stato istituito un numero verde, gestito dalla società-sponsor B&C, per ricevere maggiori informazioni sull’iniziativa e sulle modalità di prenotazione del check-up: 800928892.

sabato 7 febbraio 2009

Il Timoniere napoletano.



“Sono io il timoniere di questa nave!” gridò il vecchio napoletano.
“Tu? Un bolscevico al comando di una nave democratica?” replicò un omuncolo incravattato dall’accento longobardo, passandosi una mano tra i rilucenti capelli bitumati.
Nella notte senza luna, dove una giovane donna tentava di passare ad un’altra vita ben più luminosa di quella fin qui trascorsa, era rimasto al timone mentre il mare tempestoso sbatteva la nave in tutte le direzioni. E, adesso, era venuto quel nanetto che voleva condurre lui la nave, arenarla chissà dove. Ma il timoniere non cedeva facilmente e, così, il longobardo gli puntò un’asta appuntita, che in gergo si chiamava decreto, contro il petto. Il colpo fu così devastante che il vecchio cadde a terra ma ebbe ancora la forza di aggrapparsi ai raggi del timone.
Ma il longobardo riuscì comunque a prendere il comando della nave puntando la prua in direzione delle sponde di un piccolo Stato che batteva bandiera gialla con la tiara al centro.
Riordinate, seppur con lentezza, le idee, il timoniere corse al boccaporto che dava alla sala dell’equipaggio e gridò: “Presto, marinai, compagni, venite presto! Un pirata mi ha strappato dalle mani il timone della nave e ora la porta nella terra delle repressioni!
Quelle figure umane barcollanti dalla fatica del vivere salirono lentamente fino a raggiungere la tolda, da tutti chiamata Quirinale, dove li aspettava il napoletano.
“Non sono forse io il timoniere di questa sgangherata nave?”, disse a voce alta affinché tutti potessero ascoltare le sue parole.
Loro annuirono ma avevano occhi solo per il longobardo, attorno al quale si sistemarono in semicerchio e quando lui disse ruvidamente.”Mi consentano lor signori” essi si sparpagliarono. Passarono accanto al timoniere ad occhi bassi, allargando le braccia in segno di resa.
“Che gente è mai questa?” disse tra se il vecchio condottiere. “Chissà se pensano o se invece si limitano soltanto a strascicare i piedi sulla terra!”

I fatti narrati sono frutto della… realtà.
Frator

martedì 27 gennaio 2009

Note d'autore.


Occhi abbassati o chiusi significano abbandono e li hanno solo i vinti. Li si può contare con estrema precisione sulle dita di una mano e di una mano non sono necessariamente immobili.
Possono girare tra la folla e non vedere niente.
Ad un occhio carnale niente li distingue dai corpi che ancora si accaniscono. Questi riconoscendoli, li lasciano passare...
Possono strisciare nelle gallerie andando a tastoni in cerca di niente.
Ma di solito l'abbandono li impietrisce, sia nel movimento che nel gesto.

Samuel Beckett - "lo Spopolatore"- 1970.

martedì 20 gennaio 2009

Lettere d'autore


Fino a due settimane fa suonavo ogni giorno il violino.
Poi vennero i nuovi penseri, niente di grave, pure questioni d'affari che non vanno, e lasciai anche quello.

Oggi andai a vederlo. Approfittò del riposo per liberarsi di tutte le quattro corde, grattato a sangue. Niente di più triste che uno strumento a corde privo di corde.
Il cadavere di un animale, pur tanto triste, è più completo e vitale. E poi c'è la tristezza che le corde nuove si trovano a parecchi chilometri da qui e che bisogna andarle a prendere attraverso un mare di fango.
Mi deciderò questa sera.


Italo Svevo (lettera alla figlia,15,12,1915)
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