martedì 7 marzo 2006

Sabato 9 luglio.2005 ovvero una sera con Francesco Baccini.


Eccolo là!Il Vaticano!Messer il Cupolone.La candida papalina calzata a viva forza su quella zucca enorme sormontata da una croce. Più guardo quella croce e più penso a chi, per giorni e giorni voleva inchiodarmi proprio lì.Chi?No! Non ve lo dico per tutto l’oro del mondo. Se no va a finire che con quella persona ci litigo di brutto. Immagino soltanto i suoi brontolii sordi all’indirizzo di questa “canaglia” che viaggia lontano.Silenzio a bordo. Accendo il lettore dei CD e, curioso destino, s’inserisce “In fuga”.Ronfa dolce il motore, cucendo ad uno ad uno mozziconi di pensieri increspati di una rabbia repressa che cerco di calcificare dentro di me. Grumi di presente in progressivo avvicinamento.Venite pure avanti, amici miei.Prego! Slacciate le cinture! Ci siamo.Superato il GRA, con qualche attenzione in più del dovuto, la macchina vira di 90°, puntando il naso arrotondato ed argenteo verso la Magliana, che s’annuncia, con i suoi palazzoni giganteschi e tutti uguali, in frantumi di luce riverberante; entro in un budello gremito di gente che attraversa la strada senza badare alle macchine che sopraggiungono. E’ uno dei pochi casi in Italia dove i pedoni si sentono padroni e, forse, vogliono apparire come tali, visto i loro atteggiamenti sfrontati, le braccia tatuate, l’incedere bullesco. Borgata era e borgata rimane, nonostante gli evidenti sforzi politici-amministrativi per sollevarla dal torpore culturale e dal degrado ambientale. Perciò il festival De Andrè e una piazza intitolata a lui. Ma la piazza non c’è, non esiste. C’è solo una lunga striscia di bitume che lambisce le alte case in mattoncini beige, separata da uno spartitraffico rialzato dall’asse stradale. Lì sopra hanno trovato sistemazione dei gazebo di tela plastificata bianca, diverse panchine con seduta in acciaio traforato e numerosi alberelli che stentano a crescere vinti dal cemento che li circonda. Tutto intorno, un odore acre, stordente, proveniente dalle molteplici pizzerie, rosticcerie, stuzzicherei o come dir si voglia, che qui s’affacciano. Ma la piazza?Sono sul punto di chiedere informazioni quando sento la voce inconfondibile di Francesco che canta, taratatà, tarallalleru, dalla ballata dell’amore cieco di Faber. Azz. poco prima l’avevo ascoltata sullo stereo, vuoi mettere che si sia reinserita? Ma no, il lettore è spento. E allora da dove viene la voce?Dopo un’eternità, finalmente realizzo e mi dò dello stupido: i gazebo, la musica amplificata arriva da lì. Trovo un parcheggio proprio sulla pensilina e a lunghe falcate mi avvicino all’area dove sono sistemate quelle bianche capanne. Il display del telefonino segna l’ora: 18,15. Ci vuole poco per mettere a fuoco che si tratta delle prove. E, infatti, Francesco è sul palco, seduto dietro ad un pianofortino nero che si fregia anche di una mezza coda. Indossa un inedito completo beige, che fa pendant con il nuance delle case, la solita camicia bianca con i polsini che gli coprono le mani quasi come guanti svolazzanti, occhialoni neri e una voglia di fare musica che traspare da ogni suo gesto. Intorno a lui un brulicare di persone: attrezzisti, fonici, datori di luce, il road manager che vaga di qua e di la e non si capisce dove va e cosa fa, Luca Volontè che prova il suo minuscolo sax, sembra un giocattolo ma emette suoni strepitosi e Alex Lunati, riccioluto tastierista, abituato a suonare diametralmente tra il Keiboards e il piano. Trio Baccini questa sera. Le prove finiscono in fretta e Francesco sparisce dietro il palco. L’attesa sarà lunga. Mi siedo su un muretto al riparo dal sole cocente che illumina la platea. Un gatto nero con una macchia bianca sulla fronte, coda ritta e corpo arcuato, mi saluta, miagolando tutta la sua disapprovazione perché gli ho interrotto il percorso. “Ehi là, Frator, già qui?”. Alzo la testa e con sorpresa vedo Francesco che sta passando accanto a me.“Dove vai?” domando, come se fossimo vecchi amici.“Vado in albergo a cambiarmi, ci vediamo dopo” e con il suo inconfondibile deambulare tutto storto, si fa inghiottire dalla folla. Cambiarsi? Questa poi………..scommetto con me stesso che manterrà lo stesso vestito.Frattanto, una brezza sottile, messaggera dell’astro che sta per salire in cielo, s’infratta tra gli alberelli, anima le cose e rende più respirabile l’aria.Mi riavvicino alla platea che è già meno deserta rispetto a prima. Mi guardo attorno. Le prime tre file di sedie presentano un minaccioso cartellino con su scritto, “riservato”: chissà quali nobili deretani siederanno su quegli scranni. Ma…Cos’è? Indistinto ai limiti della percezione, un parlottio soffuso fa di tutto perché io riaffiori dal gorgo della memoria.Orecchie tese, lunghe, da marziano. Sento parole, modi di dire consueti. Mi avvicino. Sono tre donne e un uomo. Mi siedo quasi accanto a loro e sento che parlano di Crazy, della Fatina, di Vince. Non ho più dubbi e ci mancherebbe.“Voi siete topolarde” esordisco. Ridono, un riso tridimensionale: dissacratorio, ironico e sincero. Ci materializziamo. Ecco la Jazz dal sorriso malizioso e lo sguardo intelligente; Dina e il marito a “distanza” che tanto la critica quando lei sta nel Forum e poi l’accompagna, con animo predisposto, al concerto del “suo” Baccini; Gino, che di maschio ha soltanto il nikname e il taglio di capelli corti, mentre tutto il resto…è un bel vedere. Ci raccontiamo le nostre vite da Forum tra una risata e l’altra, tra un morso di pizza e un sorso d’acqua minerale ( alla Magliana, quando si chiede una bottiglia d’acqua, bisogna specificare se si vuole minerale o naturale, cioè dal rubinetto). Intanto sopraggiunge Donabrava, tutto attaccato e con una enne sola, come s’usava nel tardo medioevo, dalla voce flessuosa e suadente, quasi un soffio.Il palco comincia a riempirsi e così la platea. Ecco si comincia. Ventidue ottoni e un tamburo della banda del Testaccio diffondono le loro pesanti note bandistiche. E’ tutto un susseguirsi di bu,bu,bu, puf, puf, puf. Tu pas, tu las, tu kas…Nel mentre che questi suonano, arrivano altre topolarde, Budy, la Valentina con cotanto di sorellina (tanto per far rima), che comunicano la disponibilità di Francesco ad incontrarci e a consegnarci lo striscione per apporre le nostre firme.Le nostre donne si alzano di scatto, come colpite da un fulmine a ciel sereno e ci dicono di conservare i posti, impegno, questo, che si rivelerà in seguito molto difficile visto le numerose richieste, alcune dolci altre salate, altre ancora irriverenti. Quando arrivano dall’incontro con Francesco, mi dicono:”vai tu, adesso, così firmi lo striscione e lo porti sotto il palco”. Entrare nel backstage non è facile ma con un po’ di cortesia e di faccia di tolla ci riesco. Francesco quando mi vede si brasa. “Beh!” mi dice, stupito. “Sono venuto a firmare lo striscione”, ribatto, ma ho già il presentimento che qualcosa non quadra. Infatti. “Lo hanno portato via, proprio ora, le ragazzotte, non le hai viste?” Era inutile dirgli che sì le avevo viste ma non c’eravamo detti niente. Lui era già nella fase di concentrazione…Un abbraccio, un buffetto e un bocca in c. della balena.I cantanti si succedono sul palco:, Susanna Parigi, Massimo Cotto e Cesare G. Romana, Fabrizio de Rossi Re e Edoardo Albinati, Nicky Nicolai e i vincitori dei premi De Andrè, guardati con trepidazione da Dory Grezzi che siede in prima fila. Sembra che gli anni e i dolori non abbiamo infierito sulla sua immagine di donna impalpabile: i soliti capelli biondi con frangetta e il visino dolce e sereno. Gli organizzatori del premio hanno saputo confezionare uno spettacolo gradevole, dove si nota l’impegno di tutti e la buona volontà della presentatrice che, dal suo vocabolario personale, tira fuori un unico aggettivo: Bello. Lo dice così tante volte da accorgersi di esagerare e questo è bello, ah,ah,ah. Ma noi non siamo lì per loro. In questo momento mi sento come un bambino che gli negano la nutella.Finalmente giunge il benedetto momento. La presentatrice annuncia Francesco, poi qualcuno le sussurra di prendere altro tempo e lei comincia a divagare perdendosi in un inutile e stucchevole afflato di parole.Lui spunta dall’alto o almeno è quello che vediamo noi. Ho vinto la mia scommessa personale: ha lo stesso vestito delle prove.Arabeschi di sogno. Magia. E noi in silenzio. Un tacere, stupito, riverente. Da innamorati sognanti.Ed inizia il concerto che lui definisce subito “miniconcerto”, con quella modestia che non l’abbandona mai. Le topolardine espongono lo striscione: “Re dei topolardi di quotiamo”, mentre altre cominciano a trafficare con i telefonini per trasmettere le canzoni di Francesco in diretta.Ho voglia d’innamorarmi, sussurrato, gridato, esploso nelle teste di tutti.“Fascino, perggiuda, quest’uomo ha fascino da impazzire”, mi dice una corpulenta signora romana con tanto di telecamera vecchio tipo e di bambino irrequieto, che con i suoi calci tormenta le mie ginocchia.“Da vendere, signora, da vendere” le urlo.Si apre la cascata di canzoni ed è tutto un susseguirsi di emozioni, di arcobaleni fosforescenti:Genova Blues, accompagnato da Luca Volontè che suona l’armonica e ci mette i brividi addosso; Mani di forbice, un incanto poetico; Fotomodelle, dal ritmo tiratissimo e scanzonato; La ballata dell’amore cieco, primo omaggio al suo mito-amico e qui cade il silenzio. Sembra che tutto si fermi. Gli occhi si fanno lucidi e anche Jazz che può apparire eterea, ha un cedimento: Il busto in avanti, il volto contratto, la mano un po’ tremante. Signori della corte, che lo vogliate o meno, questo è Baccini: una fabbrica a ciclo continuo dove si costruiscono emozioni.Intanto arriva Vince, lo spiazzatore. Ne abbiamo tanto parlato che lui alla fine ha deciso di materializzarsi. Lo troviamo un po’ spaesato, insospettabilmente timido, ritroso. Si piazza sotto il palco dietro alle ragazze,ci mancherebbe altro sennò sarebbe un’altra persona, e Francesco ha anche il tempo di notare il suo imbarazzo: con un cenno della mano lo incoraggia e lui sembra sbloccarsi.La scaletta, completamente nuova rispetto alle altre, si dispiega ancora. “In Fuga”, che gravita intorno alle note con toni e colori seducenti e sconvolgenti; Le donne di Modena, cantata da tutti ed è come sentire un coro del Nabucco dal ritmo allegro; Giugno 73, secondo e ultimo omaggio a F. De Andrè) la preferita di Francesco.Ecco è finito lo spettacolo, ma la gente è ingorda di canzoni e lo chiama a gran voce. Lui, con il suo fare dinoccolato, lo sguardo stranito, le braccia ciondolanti, si presenta sul proscenio e attacca, in piedi davanti al pianoforte, Sotto questo sole. Questo è jazz, mi dico. Le note sono scatenate, perfette nel loro dispiegarsi e Francesco si dimostra un pianista dalla tecnica raffinata, alla faccia di qualche critico musicale che parla di una sua poca applicazione allo strumento.E’ stato uno spettacolo diverso da quello di Torino (il primo concerto dal vivo al quale ho assistito). Là, Francesco, era la guest star, qui era l’ospite tra gli ospiti anche se quello con il maggiore prestigio e classe ed ha saputo imbastire un’esibizione raffinata, una specie di concerto da camera, un insieme di swing e poesia: il massimo.Tutti al backstage, tutti dietro al palco a salutare Francesco.Strada facendo si scoprono altri navigatori del Forum: Aalto e il suo doppio, il coureur de femmes, cioè il donnaiolo che forse sarà il nick della moglie, anch’ella presente. Dubbio amletico. Poi c’è Sancrico dal volto pacioso e solare che mi aggiorna su alcune eccellenti defezioni.Il road manager di Baccini, si fa prendere la mano dall’imperante burocrazia ministeriale romana e decide che cinque persone alla volta posso entrare a salutare Francesco. Prima le donne i bambini e poi i grandicelli.“Beh, e alura, ti è piaciuto?” esordisce il Fra quando mi trovo al suo cospetto. Gli dico quello che ho sopra scritto e lui concorda.Lo saluto, dandogli un fraterno abbraccio. Lui si ritrae. “Che te ne vai di già? Aspietta nu mumientu, che dopo la cena con la Dori si va a fare un giretto al Pantheon”.Lo guardo con ironia. “Ho un Pantheon a casa….!”Lui capisce a chi mi riferisco e se la ride di gusto..Ho vissuto un sogno ad occhi aperti in questa calda serata romana d’inizio estate sulle ali di quell’atmosfera magica, che grida da ogni cantone il suo gioioso richiamo, ed io ricorro a Trilussa che dice: “C’è un ape che se posa/ su un bottone de rosa/ Io succhio e se ne va…/Tutto sommato la felicità/ è una piccola cosa”.

NA NOIT A BURGHI (Una notte a Borgaro)


Il parco Chico Mendez è un’area sconfinata che sorge alle porte di Torino. E’ nato alcuni anni fa dalle macerie di vasti insediamenti industriali, prevalentemente siderurgici, che hanno causato profondi danni ambientali. In un primo tempo venne utilizzato come libera discarica poi, sotto la pressione di un pugno di ecologisti illuminati, si pensò trasformarlo in un luogo dove la natura poteva trovare libero sfogo. Durante il lungo inverno non è altro che una deserta brughiera poco frequentata ma, in estate, diventa una specie di zona franca che si divide tra le passeggiate ecologiche nei prati verdeggianti e il divertimento che, in questo contesto, diventa una specie di liberazione dagli assilli quotidiani, pur rimanendo destrutturato da costruzioni in pianta stabile. Tutto qui è provvisorio. E’ una baraccopoli votata al sollazzo con i suoi ristoranti che emanano odori d’arrosto bruciacchiato, le sue birrerie, i win bar dalle improbabili etichette, le sale da ballo che sparano indifferentemente musica house e ritmi sudamericani, i box dei videogiochi dove escono monocordi di note sincopate e, in fondo a tutto questo bailamme c’è il teatro Chico Mendez, che risente anch’esso della provvisorietà ambientale. Infatti, non è nient’altro che una gigantesca tenda canadese di forma oblunga dove al posto dei lettini da campo ci sono le sedie e al posto della cucina il palco. Arrivo qui alle 20,30, vincendo l’impazienza che era dentro di me da più giorni. Casa mia, pardon, la casa dove vive mia “mare” è ad un tiro di schioppo. Nelle giornate di gran caldo, come questa, quando i balconi sono necessariamente aperti, la musica suonata nel parco entra piacevolmente o, secondo i casi, fastidiosamente nell’abitazione. Ma io sono qui, dal vivo, e non vedo l’ora che la festa cominci.Parcheggio la macchina in un’area riservata proprio di fronte alla biglietteria. In Piemonte non piove da mesi, tutti che si lamentano della scarsità d’acqua, dei fiumi in secca eppure, per uno strano caso, tra il parcheggio e la biglietteria c’è un mare d’acqua stagnante dove svolazzano nugoli di zanzare, che mi costringe ad un lungo periplo. Sarà acqua sorgiva o il frutto di un furbastro che ha pensato bene di lavarsi l’auto? Con questo dubbio amletico faccio il mio ingresso nell’area riservata allo svago. Il caldo si fa sentire e la camminata che mi aspetta tra la ghiaietta del lungo viale non è tra le più piacevoli. Nella piazzetta antistante il teatro ci sono ancora poche persone. Butto uno sguardo in giro alla ricerca di facce d’avatar del mio sito ma non ne riconosco nessuna, nemmanco quella ragazza che, in tutta fretta, sta attaccando, un’ora prima dell’inizio del concerto, i manifesti di Baccini, alla faccia dell’organizzazione perfetta così strombazzata dai responsabili di questo festival. “Cominciamo bene”, mi dico, avvicinandomi al bianco tendone dove si terrà lo spettacolo. All’ingresso ci sono tre ragazze che hanno tutta l’aria di essere delle mascherine addette ad accompagnare al proprio posto gli spettatori. Presento a loro il mio tagliando ma queste si ritraggono. “Mi debbo sedere adesso o posso ancora aspettare? Non è che perdo il posto?” domando. Abbozzano una risatina e una di loro, una ragazza dai lunghi capelli castani che scendono morbidi, morbidi sulle spalle mi dispiega un largo sorriso che sa di complicità e con la mano m’indica la scarsità degli astanti che occupano alcune sedie. “Se va avanti così…” sussurra mestamente. “Ah, bene, eh, eh, anche se non va bene per niente. Allora, faccio un giro e poi torno”, affermo cercando di dimostrare una certa sicurezza nella riuscita della serata. Mi allontano ma vengo subito assalito da alcuni dubbi. Quelle facce, quei lineamenti, mi sembra di averli già notati. Torno sui miei passi e, sulla maglietta di una ragazza, noto un nik e un www. che indica la nostra fratellanza di sito. “Tu sei Didol!” grido e lei, dimostrando un po’ di stupore nel trovarsi di fronte ad un adulto di alto lignaggio d’età e, che per di più, conosce la tipologia del suo sito, non può far nient’altro che accondiscendere. Ma lo fa con grazia, con naturalezza e con una disinvoltura che è tipica delle persone che vivono con l’entusiasmo spiaccicato addosso. “E tu, tu, chi sei?”, mi domanda, incuriosita. “Beh, io sono Frator”. Ecco l’esplosione di gioia da parte di tutte e tre le ragazze, ecco il manifestarsi dei nostri abbracci e la condivisione dei nostri sentimenti verso un’artista che ci è caro. Cecilia, dai lunghi capelli e dal sorriso dolce; Didol, effervescente e dagli occhi magnetici, Sbabi, scura di carnagione e dai lineamenti volitivi, sono le tre topolarde che mi danno il primo vero sussidio d’accoglienza. Ci vuole ancora un po’ prima che lo spettacolo abbia inizio e così pensiamo bene di rifocillarsi. Le nostre strade, però, si dividono. Loro raggiungono una tavola calda che è a pochi metri dal capannone telato, mentre io, controvoglia, devo ritornare alla macchina per prendere i C.D. del Baccio, che avevo sciaguratamente dimenticato. Strada facendo, m’incrocio con un terzetto che lentamente stava raggiungendo l’area degli spettacoli. Il tipo che sta in mezzo mi ricorda qualcuno. “Tu sei Bernini”, gli faccio e lui, sbalordito, mi guarda come se fossi un marziano appena sbarcato sulla Terra. “Magari”, mi risponde, “non starei qui ma a Roma ad occuparmi del porticato di San Pietro”. Detto questo, si allontana sghignazzando e io rimango un poco frastornato a guardarmi le punte dei piedi…Quando ritorno c’è sempre la solita poca gente di prima: prendo posto al tavolino di una birreria, capisco subito di essere il loro primo cliente. Ordino una birra scura media e aspetto. Mentre sorseggio il delizioso malto mi viene in mente una frase di Cesare Pavese che sta nel suo Mestiere di vivere: “La sola regola eroica: essere soli, soli, soli”. Ma questa solitudine sarà poco duratura. Di lì a poco transitano altre tre persone, due donne e un maschio adulto. Sembra una famigliola in vacanza. Questa volta, azzo, non mi posso sbagliare. “Ciao Bernini,” dico a volce alta, per coprire la musica di sottofondo che aveva appena iniziato a rompere quella surreale atmosfera di pace. Lui si ferma di botto e mi guarda con un sorriso sghembo. “Ebbene sì, lo ammetto, sono io!” mi risponde prontamente. Si siedono al mio tavolo e fin da subito ho la sensazione di conoscerli da sempre: Berni, la sapienza e la modestia, Sibilla, la pasionaria che affascina, Iaia, la piccolina con la testa che ragiona molto più di una trentenne emancipata. Sono venuti da Genova con il treno e poi hanno preso dalla stazione di Porta Nuova un tassì che li ha portati fin qua senza strozzarli più di tanto. E’ una delizia stare con loro. Non ci stanchiamo mai di parlare e di trasmetterci le nostre sensazioni. Cominciamo ad organizzarci per lo spettacolo. Io tiro fuori la mia fotocamera, acquistata il giorno prima proprio per quest’occasione e ammetto, senza reticenza, la mia assoluta incapacità d’usarla e di fornire un servizio decente ai topolardi che non sono qui.. Ma c’è il Berni e tutto s’aggiusta. Ci penserà lui a documentare l’evento con la capacità che gli è propria. Anche Iaia ha comperato da poco la micidiale macchinetta ma lei è giovane ed è nata con l’elettronica incorporata e non avrà problemi ad usarla. Sibilla, invece, è più tradizionalista, infatti dispone di una massiccia macchina fotografica, con tanto di rullino, che però offre risultati di riuscita certi.Scopro che Bernini è come lo stame di un fiore che attira api che, in questo caso, sono le topolarde. Adesso il nostro tavolo è circondato da loro. Berni si alza continuamente per salutare e abbracciare tutti con calore. C’è Sky, l’esuberante Sky, con tanto di marito al seguito che l’ha accompagnata da Milano e poi cè la topolarda doc, doc e ce ne metto un altro, doc, che risponde al nome di Crazy. Lei, oggi, realizza un sogno: vedere Baccini nella città in cui è nata e nel paesello che l’ha ospitata per diversi anni. E’ felice e la sua felicità ci contagia. “Contenta, eh, Craxi” le dico. Si la chiamo proprio come il fu Bettino, ma mi viene così, forse sono i fumi della birra che iniziano a fare effetto. Bernini s’accorge del mio lapsus e lo sottolinea con la solita puntuale ilarità. Ed è con questo spirito dissacratorio che entriamo nel forno del teatro. All’appello mancano due topolarde doc: Ele, lo storico Strabone, in versione femminile, della gesta del Baccio ed Eilan la voce narrante delle sue odissee. Volevo tanto conoscere queste cultrici Bacciniane, ma non sempre si può avere tutto dalla vita.
Prima che lo spettacolo inizi alcune intraprendenti topolarde attaccano dei lunghi festoni rivolti verso il palco, inneggianti ai topolardi d’Italia e firmati dai presenti.. Il pubblico comincia a fremere e a chiamare a gran voce: Baccini, Baccini, Baccini. C’è già più gente e questo comincia a tranquillizzarmi. Arriva la band musicale. Sono i soliti cinque bravissimi musicisti che accompagnano da sempre il nostro Baccini. Il “Batteriologo” si erge in alto con i suoi tamburi e le sue grancasse, pronto a dare il la all’ingresso del Baccio. Eccolo qua il Nostro. Si capisce subito che è in gran forma. E’ vestito tutto di bianco, la camicia a maniche rigorosamente lunghe sbottonata sul petto che mette in risalto il medaglione dallo stile post-moderno. Saluta tutti con ripetuti inchini ed inizia con il primo brano: “Son resuscitato” ed è proprio così nella sua attuale vita artistica. Poi, poi, poi, va a ripetizione con la precisione di un mitra Stern: “Troppa birra nei bar” ( e anche nel mio stomaco), “Parole non ne ho”, “Troppa libertà”, accompagnato da Luca Volontà che suona il sax con la tecnica di un jazzista super raffinato, “Mani di forbice”, un classico del cinema che lui ha saputo renderlo vivo nella musica. E’ iniziato l’incanto e anche il pubblico ne è soggiogato. Con la coda dell’occhio noto un gruppo di giovani in prima fila che cantano a menadito tutte le canzoni del Baccio e, soprattutto, uno di loro, un biondo ossigenato con una mogliettina nera targata Honda, che si avvicina al palco aprendo le braccia come uno sparviero che si libra libero nell’aria. E’ uno spettacolo nello spettacolo che sta dimostrando il gran feeling che Baccini ha con il pubblico. Ad un certo punto Francesco, al piano, sembra fermarsi. Si tocca ripetutamente il braccio destro e si lamenta con i suoi: è stato punto dalle zanzare che questa sera, unitamente al caldo, rappresentano un valore aggiunto ma non gradito. Il teatro, adesso, è gremito e Berni lo rileva con la fotocamera, oltre a raccogliere precise istantanee su ogni stato emotivo del Baccio. La musica prosegue serrata: “Genoa blues” e il pubblico si scalda, “Sono zitello” altro riscaldamento, “Ho voglia d’innamorarmi”, introspezione e passione, “La notte non dormo mai”, con dedica ai topolardi del forum. Adesso è l’ora del raccoglimento alla memoria di De Andrè. “La ballata dell’amore cieco” sembra fatta apposta per ricordare un grande artista e così “La fermata degli amori”. Si cambia di nuovo e questo è una dote che pochi artisti hanno e Baccini con la sua poliedricità ne è l’esempio lampante: “Portugal”, esotico, “Margherita Baldacci” ironico e popolare, “Senza gravità”, da trasformare al più presto in un singolo. Il Baccio va che è una meraviglia. “Fotomodelle”, voce in falsetto e tanta ironia, “Andreotti” e chi se lo scorda un pezzo così, “Le donne di Modena” o di Padova? Qui ha una defaillance alla seconda strofa, si ferma, ride alla sua maniera e il pubblico si fa coinvolgere, ridendo e cantando insieme a lui. E adesso, silenzio: “In Fuga”. Gli occhi si chiudono e l’immagine di Pantani appare nitida: le sue vittorie, le sue grandi scalate e, purtroppo la sua morte assurda e tragica. Siamo alla fine di questa cavalcata estenuante ma c’è ancora da godere. “Generale”, diventa un grande coro che tutti cantano, “Sotto questo sole” ancora tutti insieme e poi, dopo essere stato chiamato più volte sul palco, chiude con la cover, “Minie the moocher”, ballata e urlata sotto il palco dai topolardi e non, come suggello di un abbraccio senza fine. Il palco adesso è vuoto, ma in molti rimaniamo nel parterre a raccogliere nella mente le emozioni che Francesco ci ha regalato.Siamo fuori nella calca e con la musica house ad offenderci le orecchie. Un unico aggettivo predomina: bello, sì è stato tutto bello.Stavamo sorseggiando una rinfrescante granita d’amarena quando ci avvertono che Baccini sta al tavolo della “Fondazione Pantani” ad autografare magliette, fotografie, C.D e a collaborare alla raccolta fondi per questa lodevole iniziativa. Nonostante la stanchezza che si fa sentire dopo uno spettacolo così impegnativo, Francesco è disponibile con chiunque gli si avvicina. Firma, parla, saluta, abbraccia tutti con calore. Baccini, è veramente stremato, adesso, rivolge agli astanti un sorriso di quelli buoni e scortato da guardia spalla improvvisati, si fa inghiottire da quel mare di folla senza volto. Anche tra noi topolardi cominciano i saluti. L’ora è tarda e per alcuni il viaggio di ritorno è lungo. Bernini, Sibilla e Iaia hanno il treno alle 6,30 e abbiamo deciso di aspettare l’alba insieme. Beviamo un caffè per rimanere svegli e dopo un po’ prendiamo anche noi il largo. All’ultima baracca una voce ci fa eco: “Ehi, Bernocci!” Berni sorride e dice; “questo è il capo”. Ci avviamo in direzione di quel richiamo e tra spintoni e scossoni riusciamo a raggiungere l’interno della baracca ristorante. Baccini è lì, dietro ad un tavolo di legno, che sta mangiando, sarebbe meglio dire annusando, un’anemica bistecca di non so quale animale, circondato dai suoi musicisti e dallo staff. “Che vuoi, Baffini?” gli fa il Berni. Veniamo a sapere che lo sfottò tra i due è iniziato il giorno prima alla FNAC di Milano e che prosegue questa sera per il divertimento di tutti. Francesco si sta riprendendo dalla faticaccia. Fuma una sigaretta dopo l’altra ed è di nuovo disponibile ad intessere discorsi di una certa rilevanza. Il soggetto è la musica e i suoi misteriosi anfratti per raggiungere il successo o cadere nell’insuccesso e nell’oblio. Anche la musica è un mondo fatto a scale: c’è chi scende e c’è chi sale. Noi gli raccomandiamo di continuare a salire senza sparire un’altra volta per 15 anni. Lui ci guarda e strizza gli occhi, dandoci la conferma diretta della sua volontà di rimanere ben piantato sulla cresta dell’onda. Intanto passa di lì un disk jokej del Parco, simpatico ma un po’ logorroico. Tra una ciarla e l’altra informa Francesco che la canzone in Fuga verrà “passata” dalla radio in cui lavora, GRP Piemonte, importante emittente regionale, quattro volte al giorno. La notizia ci dà nuovo brio per continuare la serata in allegria.Sono le quattro passate e stiamo ancora lì sotto la tettoia del ristorante. Francesco è sdraiato sul divano di color amaranto coccolato da Iaia. Arriva un tizio dell’organizzazione e senza mezzi termini rende noto che il Parco chiude e se vogliamo rimanere ancora lì, lui ci lascia dentro a far da guardia. A malavoglia ci alziamo dalle sedie e dai divani in cui siamo stravaccati, avviandoci stancamente verso l’uscita. Ci salutiamo ancora calorosamente con Francesco e con i topolardi nottambuli ancora rimasti. Il capo ci guarda con sovrana pietà e commiserazione poi sparisce inghiottito nei meandri delle baracche del Chico Mendez. Sono le 4,30 del mattino e l’alba sta premendo per uscire. Siamo gli ultimi avventori del parco, gli ultimi residui di una notte di magia musicale autentica. Craxi (ormai questo nome si è insinuato nel mio cervello e non riesce a dissiparsi ma lei, la Crazy autentica, è esattamente l’opposto di quel gaglioffo; basta osservarla per capire l’umiltà, la passione, la dedizione alla comune causa dei Topolardi), Sibilla, Iaia, Bernini ed io ci guardiamo un po’ spaesati. Si, è vero che siamo stanchi, sfiniti, brasati come l’arrosto in questo caldo infernale, ma speravamo che questa nottata diventasse infinita e, invece dobbiamo arrenderci all’inevitabilità di un nuovo giorno. Fatti pochi passi, Crazy ci saluta. La sua macchina rossa fiammante (o granata), è parcheggiata nei pressi delle baracche, mentre la mia è lontana, proprio all’inizio del parco: Dio, come la invidio. Ho i piedi in ebollizione, la testa pesante come un macigno e gli occhi che bruciano tanto sono arrossati. Ma tant’è, siamo in gioco e giochiamo fino all’ultimo sfinimento. Strada facendo, Iaia, ci delizia raccontandoci gli eventi di quella giornata che per lei diventerà parte della sua storia personale. Ha sostenuto, in questo stesso giorno, gli esami di 3° Media, presentando una tesina sul suo idolo che, manco a dirlo, è Francesco Baccini e, poi, è partita alla volta di Torino. Si è deliziata ad ascoltarlo dal vivo e si è ancor più deliziata a coccolarselo su quel lungo divano amaranto del bar. E’ felice, appagata e, oggi, non chiede di più dalla vita.Finalmente arriviamo alla macchina. Mai, come in questo momento, questo scafandro di lamiera, diventa un luogo d’assoluto benessere fisico: aria condizionata, morbidi sedili e, ovviamente, il caricatore di C.D. pieno della musica di Baccini. Non ci stanchiamo mai di ascoltarlo.La casualità vuole che s’inserisca “La notte non dormo mai” - “Ehi…ma guarda come è strana questa vita che ci ha fatto incontrare….” Che irresistibile moto di solidarietà totale nasce in noi quando ascoltiamo questi versi! Com’erano ispirati Francesco ed Enrico quando li hanno composti: si legge la loro vita, il loro travaglio, le loro pene e le loro speranze. Mentre Sibilla mi spiega la natura dei testi bacciniani non mi accorgo del sopraggiungere, sulla mia sinistra, del primo tram del mattino, o l’ultimo della notte? Per un pelo evito lo scontro diretto. Da qui capisco che la stanchezza ha avuto il sopravvento sulla mia volontà di resistere per non dimenticare. Con gli occhi che si chiudono e che cerco di tenere aperti con stiramenti facciali arriviamo a Porta Nuova. Con sorpresa scopriamo che, durante la notte, la stazione non è più la terra di nessuno. Così ci fermiamo ancora un po’ a fare ciance. Ricordiamo con gioia i topolardi del forum e ci convinciamo di far parte di una “associazione” che ha dell’unico, ed è ispirata da un uomo che con il suo naturale magnetismo ci affascina ogni giorno di più. Il cuore non può fare a meno di schierarsi irresistibilmente.E’ l’alba, ormai. Il sole non più forte di un lampo al magnesio comincia ad illuminare un nuovo giorno.

lunedì 6 marzo 2006

RIVELAZIONI


“Dios mio, recíbeme despacio sin pensarlo.” (Dio mio, accoglimi piano senza pensarci).
Venivamo da La Realidad, nel bel mezzo della foresta Lacandona, dove partecipavo al progetto scolastico denominato la “semitilla de Sol” e con me si erano aggregati tre giovani allievi maya di etnia lacandone, due maschi, una ragazzina e l'erculeo Tacho che per quel giorno aveva smesso i panni del militante zapatista e si adoperava come autista, guidando una grossa jeep americana. La nostra tappa finale era Comitan, un’antica città di stile spagnoleggiante che, a detta del mio amico, valeva la pena visitare. Fu un viaggio insolitamente riposante, con molte accensioni della fantasia, che la meta e la novità del paesaggio invitavano a fare. Le cime delle montagne apparivano come seni prorompenti di antiche matrone romane, linee dolci, tonde, che continuavano verso occidente. Erano gli Altos, l’ossatura montuosa orientale del Chiapas, che a perdita d'occhio si delineavano ripetitivi fino all'infinito; e su tutto una lotta tra due colori che si rincorrevano, si sovrastavano e dominavano: il verde chiaro delle coltivazioni che si perdeva tra le mille sfumature cupe della selva ancora lontana e l'azzurro terso e limpido del cielo. Montagne e colline, fazzoletti di tierras frìas ripida e scoscesa, suddivisa in tantissimi quadratini delimitati dalle stesse colture, seminati a mais e quant’altro poteva offrire questa terra fertile. Ripidi pendii che di botto finivano in conche verdi, piccole valli nascoste, pezzi di terreno che da lontano sembravano un'enorme collage, una grande trapunta poggiata con delicatezza sulla terra. La striscia d’asfalto della Panamericana ricordava una passatoia posata sull'erba verde dei campi. In ordine sparso si scorgevano casupole dignitose con i tetti di lamiera ondulata che luccicavano colpiti dal sole. Al centro della strada la linea gialla di mezzeria catturava lo sguardo e lo accompagnava, con la sua continuità, al centro della prospettiva, lontano verso il punto di fuga. Distanti banchi di nuvole, che arrivano dal Pacifico, di passaggio, coprivano il cratere del Tacanà a ovest e spingevano ad alzare gli occhi oltre i quattromila metri. Era proprio il vulcano il padrone incontrastato di quel magnifico scenario. Ai margini della strada un’enorme macchia di colore viola, una bouganville in pieno fiore, incorniciava un cartello stradale che portava una scritta a caratteri cubitali: B'ahlum,kan,a’ (Nuove stelle - nome Maya dato all’attuale Comitan). La periferia, abbastanza anonima, di Comitan, chiudeva e avvolgeva con le sue semplici costruzioni e gli ombrosi viali, il nucleo centrale della vecchia città. Lei, la vecchia signora di stampo castigliano, gelosa del suo fascino, sembrava non essere interessata a concedersi facilmente ai visitatori. I suoi conventi, i suoi monasteri, le sue chiese e le sue posade erano chiusi da spessi portoni di legno, rafforzati da antiche grate. Le strade del centro, erano in maggior parte lastricate di piccole pietre laviche grigie scure, porose, incastonate l'una nell'altra in modo da formare un preciso e gradevole disegno e le case, costruite tutte in muratura ad un piano o due, con il tetto in tegole di cotto avevano le facciate verniciate con tanti colori gettati a secchiate contro i muri, che componevano un fantasmagorico k'intum (arcobaleno) e poi meravigliosi cortili interni nascosti, invisibili, chiusi, discreti, protetti, esclusivi: i giardini delle posade, veri angoli di paradiso con aiuole centrali intagliate e attraversate da piccoli camminamenti in pietra grigia, incorniciati dai portici in legno, pieni di lussureggianti felci che dall'alto scendevano a formare treccine verdi e ficus che salivano affiancati a terra dai croton, piante grasse dalla caratteristica nuance nivea. A quell’ora antipomeridiana, la cittadina era permeata da un’atmosfera caotica che sommergeva ogni vicolo, ogni strada, fino alla piazza principale, intitolata al Dr. Belisario Domínguez, uomo politico benemerito, sostenitore della democrazia e, per questo, fatto assassinare all’inizio del secolo, da uno dei tanti improvvisati dittatori che infestarono questo Stato, dominata dall’imperiosa facciata color ocra della cattedrale di San Sebastián. La gente sembrava muoversi meccanicamente senza badare a niente o a nessuno e senza una ragione precisa. Dopo aver parcheggiato il fuoristrada in una traversa non distante dallo zocalo (piazza), ci dirigemmo, non prima di aver fatto colazione a base di Tortillas e noci di cocco, verso la piazza principale della città. Il caos più totale era l’incontrastato padrone di piazza Domínguez dove, essendo giorno festivo, si svolgeva il mercato. I bambini piangevano e le madri urlavano, i ragazzi scherzavano attorno alla grande vasca ottagonale, non disdegnando di buttarsi acqua addosso e tutta la confusione era ancora di più fomentata dai numerosi venditori ambulanti non autorizzati che andavano continuamente su e giù tra gli intasati corridoi delle bancarelle, carichi di gelati, giocattoli, caramelle, cibi misteriosi e l'immancabile Coca-Cola. Qui esplodevano i colori dei costumi dei Tojolabal, l’etnia Maya della città: gli uomini avevano quasi tutti il serape (poncho) e portavano grandi cappelli in paglia con fiori e frutti e lunghe coccarde di nastri variopinti, le donne indossavano huipiles (camicette) ricamate con grande fantasia e gonne nere di ruvido panno. Ma, in quella calda Domenica, era la musica a dominare su tutto, scavalcando le voci, i rumori più stridenti, le urla concitate dei mercanti. Era un canto corale di preghiera accompagnato da batteria, chitarra e tastiera, proveniente dalla chiesa. “Questa è l’anima di Comitan,” eslamò, estasiato, Tacho, mentre saliva i primi gradini consumati della catttedrale. La chiesa ci accolse con nuvole d’incenso e profumatissimi petali di rose sparsi sul pavimento di madera. La navata era di piccole dimensioni, inversamente proporzionale alla poderosa facciata esterna formata da tre corpi ascendenti su cui si sviluppavano colonne, archi, nicchie alloggianti sculture decapitate di santi, timpani e cornici che seguivano la curvatura delle finestre fino al campanile di pianta quadrata, con un curioso cupolino a punta rossa che sovrastava l’ampia copertura a volta della basilica. La corale, sistemata sotto al pulpito in legno scolpito con glifografie Maya, sorretto da poderose colonne di ispirazione corinzia decorate con foglie di palma, era composta da uomini e donne tutti vestiti con una semplice tunica bianca. Le loro facce, illuminate dalla luce che filtrava dalle belle vetrate colorate raffiguranti scene bucoliche, erano l’immagine di gioia profonda, di fierezza, ma anche di antico dolore. Nell’aria si mescolavano l’odore dell’incenso, quello delle mille candele accese davanti al volto indio di una Madonna, il profumo dolciastro delle donne indie con il sentore di bivacco degli uomini Tojolabales. Ad un tratto la musica e il canto si attenuarono, fino a cessare del tutto, lasciando spazio al libero sfogo dei fedeli. Dapprima un isolato gemito, poi autentiche grida di disperazione si propagarono per tutta la navata. Ognuno si lamentava per proprio conto, chi in tono alto, chi in tono modulato e profondo, chi contorcendosi esagitatamene, chi rimanendo immobile come una statua di sale e, comunque, tutti, senza mai rivolgere lo sguardo in nessuna direzione particolare, tant’è che in quella specie di funzione non compariva né un sacerdote, né tanto meno un simbolo religioso. In quel luogo sacro c’era posto per tutto, anche per l’alcol. Qualcuno sorseggiava il posh, il cacciaspiriti maligni trasmesso dai Maya, accovacciato sul nudo pavimento, in mezzo a grossi ceri, altri si limitavano a bere Coca-Cola. Quanto sarebbe disposta a pagare la Coca-Cola Company per immortalare in una pubblicità questa immagine mistica di consumismo e tradizione? Certamente molto, ma per fortuna nessuno poteva entrare in quel luogo sacro con una macchina fotografica. Chi ha avuto la buona idea di portare qui la prima bottiglia ora è ricco. Chissà se verrà mai citato in un libro di storia: colui che intaccò per primo questo Tempio. Bevevano e ruttavano, pregavano gli dei in una dolce cantilena che, dopo un doloroso lamento iniziale, si incanalava in un dedalo di endecasillabi incomprensibili: “catata latta catta tecche ticcu , chette, tecch, necche, catata latta catta tecche ...” “Impressionante e angosciante,” furono le prime parole che dissi a Tacho, uscendo dallo stupore. Anche Yolanda, la mia piccola allieva india tzeltal, si era fatta coinvolgere da quel rito tribale. Si mosse in senso obliquo, avanzando con forza e determinazione verso il disadorno altare. Sembrava che stesse trascinando un albero. Andava così adagio che le ci volle un’eternità per compiere pochi metri. Poi di colpo si fermò. Il suo volto, solcato da rivoli di sudore, era l’immagine della sofferenza più acuta. Cominciò a tremare, a piangere, a tirarsi i capelli e a lacerarsi la veste. La sua disperazione era così forte che costrinse alcuni di quegli incolleriti a sospendere le loro pratiche divinatorie e a guardarla con ammirazione e commozione. Cadde in ginocchio, lasciandosi scivolare sul pavimento. Le braccia allargate, il volto esangue, le pupille dilatate, il respiro affannoso, riproducevano l’immagine di un Golgota traslato nel mondo dei Maya. Braccia pietose alzarono quel corpo sofferente, sorreggendolo a fatica, ma lei subito si divincolò con vigore da quelle strette, portandosi davanti al lungo tavolo di legno che fungeva da altare. Ancora in trance, ma con il volto più rilassato, diede vita ad una invocazione che sembrava provenire dalle viscere della terra.“Hunabku, Itzamná, Chaac, Ixchel,u bah ti ak'ot ti hasaw,chan, u bah ti ch’am, u ch’am.” (Dio del sole, Dio della pioggia, dea della luna, sangue del mio sangue, ballate con me) Il suo sguardo adesso seguiva la traiettoria dei raggi del sole che si infiltravano dalle vetrate. “ [i]Hach uk’ahen”[/i] (Ho molta sete), disse ancora, con voce impastata e qualcuno si affrettò a passarle una fiaschetta d’acqua che lei bevve avidamente, senza mai distogliere lo sguardo dall’iridescenza solare. Poi, all’improvviso, esplose in un urlo di dolore: “Ma’ajtzan" ( Serpente Boa, a cui i Maya attribuivano qualità esoteriche malefiche). "Conosce la lingua Maya?", domandai a Tacho. Il mio amico mi guardò con un'espressione assente e con un rapido cenno della testa mi disse di no. Era anche lui agghiacciato da quello che stava succedendo. Nel frattempo intorno alla ragazza si era creata un’atmosfera di irrequietezza: tutti sembravano aspettare qualcosa. Nella navata si introdusse un forte vento caldo, che portò una scia nauseabonda che sapeva d’aceto rancido. Yolanda cadde di nuovo in ginocchio sul pavimento e cominciò a massaggiarsi la nuca, regolarmente, come se in quella zona ci fosse qualcosa che la tormentasse; poi singhiozzò a lungo fino a procurarsi dei conati di vomito. Così genuflessa a terra, il volto disperato, sembrava pagasse un osceno tributo d’amore e le sue labbra ripresero ancora a mormorare parole incomprensibili di una litania sovrannaturale. Come uscito dal nulla, dietro di lei comparve un uomo anziano, dall’aspetto ieratico, vestito con una semplice tunica bianca, bordata, da un lato, di rosso. Tutti gli astanti si inginocchiarono, abbassando la testa. La ragazza si accorse di quella nuova presenza e ora lo guardava, con le spesse labbra socchiuse, gli occhi liquefatti in un desiderio solitario eppure chiaro, talmente significativo da farla tremare, ma non dolorosamente come prima. Un Gesù bambino barocco guardava con gli occhioni tondi la scena, circondato da quelle fantasie iperboliche di ori e stucchi che caratterizzano le chiese messicane, anche quelle degli Stati profondi, incroci un po’ pagani tra gli enfatismi stilistici spagnoli e le coloratissime cosmogonie dei Maya. Da qualche parte suonò un campanello e il prete si inchinò davanti all’altare che, intanto, era stato imbandito da alcuni piccoli indios vestiti da chierichetti. Il canone della messa era cominciato. “La bontà e l’amore sono doni senza prezzo e vengono a noi, simili a fiori di campo nelle mani dei niños, cioè regalati da creature eternamente giovani, ignare di ogni malvagità. La ricompensa sarà la felicità di aver donato; felicità che non si può comprare perché il Signore non ha niente da vendere. Lui dona solo la gioia, sta a noi saperla afferrare!” disse il sacerdote, in spagnolo, chiudendo l’omelia.
“ Baax ka waik,Tatic? ” (Che cosa sta dicendo ,Padre?) s’intromise, urlando, l’india.
“Xiik tech utsil” (Che il bene sia con te ) , disse il religioso in tono quieto.
Yolanda scosse più volte la testa. “Nuc,nuc. Ma’in muk tik he’ Tatic!” (No,no. Non posso sopportarlo questo, Padre).
L’officiante alzò gli occhi al cielo. “Signore, sii buono con lei: Tu, meglio di chiunque, conosci l’animo umano. Quanti di noi vogliono credere e non ci riescono? La fede è un dono e per conservarlo noi dobbiamo solo continuare a pregarTi di tollerare coloro che non sanno esattamente se sia un dono o solo un prestito.” Fece un cenno al chierichetto e questi, di corsa, gli portò una stola argentata e un rosario con i grani in legno brunito e li baciò distrattamente, prima di indossare l’una, e tenere tra le mani l’altro e poi si portò davanti alla genuflessa. Lentamente il prete sollevò le braccia e posò i palmi sulla fronte della ragazza formando con il rosario una specie di catena. Lei avrebbe avuto voglia di gridare e non poteva muoversi. L’esile persona del sacerdote, pur senza toccarla, sembrava essersi trasformata in un macigno sull’orlo di un precipizio e, lei, restò lì congelata dalla paura di essere travolta. “Chultotic, es admirado por todos,venir!” (Dio dei cristiani, ammirato da tutti, vieni) supplicò, più volte, il prete. Poi, segnandosi la fronte con la mano destra, pregò con umiltà, recitando il Padre Nostro. Yolanda lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e sentì un senso di vertigine e la necessità di sedersi e raccogliere il capo fra le mani. Giù…giù, prosternata ai piedi dell’altare, con il torturante rimorso di aver arrecato offesa a un Essere Supremo, avvertiva che era giunto il momento di uscire da quella situazione. “Cuxtitali, (Gesù) aiutami! Io Ti amo. Ma non posso vederTi. Togli pure lo sguardo da me se Ti scandalizzo. Togli pure la mia tunica se Tu vuoi vedermi pura… Cuxtitali mi sento girare la testa.”
“ Ma’ajtzan (il male o il diavolo) è stato espulso. Gesù il Bene, ha vinto. Alleluia, Alleluia,” esclamò ad alta voce il sacerdote.
L’india fu ancora presa da un tremito e le sue mani cercarono istintivamente il rosario che ora era appoggiato sul pavimento e se lo cinse al collo.
“Reza, niña, reza, ( prega, ragazza, prega) fai sì che il tuo spirito si annulli nel tuo cuore…” l’ invitò l’officiante e poi, volgendole la schiena e allontanandosi, recitò un improvvisato salmo: “In Paradiso ci vorrebbe un posticino vuoto e solitario dedicato alle animi tristi, timorose di scendere all’inferno.” Arrivò al centro dell’altare, un po’ esausto, alzò gli occhi al cielo e con fare solenne pronunciò l’ultima preghiera: “Jtotic (Padre Nostro) che sei nei cieli, io ti ringrazio.”
Non ne potevo più di quella situazione, dovevo fare qualcosa. A forza di bracciate e spintoni riuscii a fendere il cordone umano che cingeva la ragazza e mi avvicinai a lei, ponendole una mano sulla spalla all’uopo di tranquillizzarla. Yolanda non fu capace a ravvisarmi subito, ma credette piuttosto a un nuovo incubo terrorizzante o a un altro fenomeno prodigioso offerto da una mano punitiva. Poi urlò, urlò nelle pieghe della sua tunica strappata, urlò al sole impietoso che inondava la navata, tenendomi stretto a sé, coprendomi il viso di baci. “Dov’eri? mormorai, con strozzato disagio. “Mi senti, niña? Torna, torna da me!” L’india mi guardò con occhi addolciti. “Adelante, maestro, llevame da aquì e regresame a lugares donde soy felix”. (Andiamo maestro, toglimi da qui e portami nei luoghi dove sono felice). L’aiutai ad alzarsi, passandogli le mani fra i capelli bagnati di sudore e fusi le mie lacrime con le sue sparse sulla guancia. Finalmente, fuori, mi sentii spaventato e commosso perché, in quella splendente giornata di sole, avevo intravisto la bellezza dell’amore umano, non certo la bellezza degli antichi e disumani dei.

FRONTERA CANIBAL


Yo soy un hombre sincero de donde crece la palma, yo soy un hombre sincero de donde crece la palma y antes de morirme quieto. Echar mis versos del alma. Guantanamera, guajira Guantanamera Guantanamera, guajira guantanamera.
La gracchiante radio dell’ autobus o forse un sobbalzo più violento del solito mi riporta alla realtà, svegliandomi da un pesante sonno. L’autista intona un improvvisato karaoke su questa famosa canzone e lancia sullo sterrato la vecchia e cigolante corriera. L’altopiano del Guatemala, si è definitivamente allontanato lasciando il suo posto ad un orizzonte infuocato dal sole striato dell’alba. Il pullman, ovvero sia quell’ammasso di ferraglie arrugginite, messo assieme da mani frettolose, era partito da Antigua, l’antica capitale maya del Guatemala a mezzanotte e dopo una lunga sosta a Cuilco, uno scorcio di Svizzera nell’altopiano guatemalteco, per imbarcare i campesinos, aveva proseguito il suo viaggio incuneandosi tra le gole e gli strapiombi del Cuchumatanes, un elevato e tortuoso corridoio selvaggio lungo nove chilometri tra il Guatemala e il Chiapas, con tappa finale ad Amatenago de la Frontiera, meglio conosciuta come Frontera Canibal, già qui il nome era tutto un programma e doveva farmi pensare di più ai pericoli che potevo andare incontro. Ero stato costretto a scegliere questa pericolosa tratta d’altura per la paura di passare il confine di Comalapa, più comodo e più breve di questo ma dove, due anni prima, ero stato derubato di tutti i miei averi, cioè poco, ma quanto mi bastava per il soggiorno in Mexico. Mille pensieri mi balzano in testa; frenetici come un nugolo di mosquitos impazziti per la pioggia: “Riuscirò ad attraversare indenne la frontiera senza che mi requisiscono il materiale didattico che porto agli indios o mi fanno pagare un dazio esagerato?”, è la considerazione predominante. Guardo i passeggeri, rannicchiati l’uno sull’altro sui malsicuri sedili in finta pelle della vecchia corriera. Altri sono in piedi ma si reggono a fatica. Angosciati, sfuggono il mio sguardo. Volti segnati dalla durezza della vita. Profili maya dalla pelle scura. Occhi orientali dalla parlata spagnola. Guardano oltre la polvere addensata sui finestrini. Distolgo lo sguardo da loro per non sembrare troppo curioso della miseria che si portano addosso. Un’improvvisa frenata anticipa che stiamo per arrivare a destinazione. Un’ampia curva a gomito presa in velocità fa ringhiare i copertoni sullo sterrato e l’autobus sbuffante entra nell’area della frontiera riservata ai bus, lasciando per terra una lunga scia d’olio. Tutto intorno si respirava un'atmosfera strana di attesa; da un lato un casotto di deposito per le derrate alimentari e per il ricovero degli animali, dall'altro una piccola costruzione ove è sistemato l'ufficio di frontiera, qualche baracca di lamiera ondulata persa tra le grandi foglie verdi dei banani e alcune galline che si beccavano ai lati della strada, poi il filo spinato sparso qua e là che correva sui paletti di legno e il sole che spargeva dappertutto luce intensa e calore. Un cane di confine secco allampanato, di colore indefinito, proveniente dalla terra di nessuno, passò furtivo sotto la sbarra di frontiera, pisciando due gocce sul primo palo del territorio del Messico. Mentre la nuvola di polvere, prodotta dalla frenata sul selciato della corriera, lentamente si dissolveva apparve, si delineava, prendeva forma e contorno la nuova scena: ragazzini, pacchi, cose, derrate, macchine scassate, furgoncini per trasporti animali e umani, commercianti, venditori di frutta, rumori, panni, stracci, colori, cartacce, sporcizia, mais bollito o cotto sulla brace, campesinos con machete lunghissimi che facevano impressione, donne avvolte in panni coloratissimi e poi ancora odori, fumi di scarico, confusione. Alcuni cambia valute osservavano il tran-tran per capire se valeva la pena avvicinare qualcuno per offrire il cambio. Coi loro cappelloni chiari e i borselli di nylon legati alla vita, con i baffi lunghi e la barba incolta, le T shirt bianche e lo sguardo furbo della gente di strada, rimanevano immobili a confabulare tra loro ad allungarsi, a stendere tra le dita i loro baffetti neri nei pressi della sbarra che segnava il limite di frontiera vicino al cartello segnalatore del confine con la scritta Mexico-Guatemala. Il posto di blocco era straordinariamente rinforzato da militari in divisa e in borghese addetti al controllo dell’immigrazione, che indossavano semplicemente una maglietta bianca e capellini da baseball rosso fucsia. Erano già in azione. Dopo aver fatto aprire le porte anteriori e posteriori entrarono a gruppi di due sull’autobus. Ridiscesero subito dopo portando in manette un povero campesino dalla faccia brunita e lo trascinarono verso una piccola baracca di legno e lamiera ai margini della strada, mentre invano questi cercava di farfugliare qualcosa mostrando un foglietto spiegazzato: probabilmente il suo permesso di soggiorno temporaneo, della durata di venti giorni, rilasciato per motivi di lavoro era non in regola o irrimediabilmente scaduto. Per un attimo i suoi occhi incontrarono i miei. Era grondante di sudore, gli occhi neri e tristi, lo sguardo perso, implorante e terrorizzato dalle canne dei fucili a pompa dei militari. Indossava una camicia bianca dal colletto consumato; il bianco per tutti i sudamericani rappresenta la purezza, la pace, la tranquillità, forse per lui era un indumento importante che aveva indossato appositamente per affrontare quel viaggio della speranza. Prima di entrare nella zona d’ombra della baracca, l’uomo si tolse l’unto cappello di feltro e lo lasciò cadere mollemente per terra, quasi a occupare fisicamente quello spazio geografico con la speranza di tornare e di riappropriarsi di quel viaggio pagato lautamente; se ne andò senza voltarsi sospinto e strattonato dai gendarmi. I poliziotti tornarono subito dopo ma, questa volta, fanno a meno di salire sul torpedone. “Todos abajo, adelante”, grida un militare. Scendiamo dalla corriera. Volti impauriti mi guardano come per cercare soccorso o un anelito di speranza. Un sottufficiale con tanto di mostrine argentate sulle spalle, mi si pone davanti. “Trajame su tarjeta” Que hace a quì? Seis voluntario comunista, amigo de Marcos?" (Dammi i documenti. Che cosa fai qui? Sei volontario comunista, amico di Marcos?). Il tono di voce è arrogante e minaccioso.
“Soy italiano, maestro de escuela, amigo vamos che pasa? Porque non se puede estar aqui, tiengo el permiso de l’ambajada de Italia, intiendes? Juve, Milan, amigo, Italia, Italia!” gli rispondo, controllando a fatica l’affanno che s’insinua nella mia trachea. Un sorriso addolcisce il viso del sergente: ho la sensazione di averlo convinto. Ci fanno risalire tutti sul torpedone. Ora gli occhi dei miei provvisori compagni di viaggio sono quieti e le bocche, seppur disegnate ancora dallo spavento, sono predisposte al sorriso. Mentre ci allontanavamo da quel luogo di paura, tutto in prospettiva diventava piccolo, distante dopo la prima curva, passato. L’autista accendeva lo stereo, alzando timidamente il volume, un suono di marimbas usciva prepotente dagli altoparlanti ma la mia tristezza sarebbe rimasta in quell'abitacolo fino alla fine di quel faticoso viaggio, mentre le prime distese piane di erba verde del Chiapas, come fotogrammi di un film, scorrevano dai finestrini. Tutto quello spazio non bastava per disperdere la malinconia. Tra le mani giravo e rigiravo il panama di feltro, gettato nella grigia polvere della frontiera dal campesino e che io avevo furtivamente raccolto per conservarlo come un simulacro di libertà. Quel contadino mi aveva implicitamente insegnato che l'immigrazione è la risposta, l’unica possibile, dei popoli disperati che non vogliono mai perdere la speranza di sopravvivere ad ogni costo. In ogni diversità, in ogni sofferenza, c’è una strada in comune da percorrere fino in fondo: la strada del dialogo e dell’amore.

Lisbona


In una giornata uggiosa, che invitava a starsene chiusi in casa, sfogliando pigramente tra le mie vecchie carte ho trovato dei fogli ingialliti, pagine di un diario del 1973, dove un ricordo seppellito nella memoria è riemerso.
Lisbona.
Mi era svegliato alle 10:30, riposato, nella mia piccola camera della pensione Säo Sebastiäo, nell’omonimo quartiere di Lisbona. Un luminoso raggio di sole era venuto a svegliarmi filtrando dalle imposte della finestra fino sui miei occhi. Era, in effetti, la mia prima giornata intera nella citta' in cui aveva deciso di trascorrere, da solo, le vacanze estive.. Ero arrivato nella capitale dei lusitani dopo un faticoso e avventuroso viaggio con la mia 850 spider rossa, nuova fiammante. Dopo aver fatto una doccia calda ed essermi vestito leggero, con pantaloncini corti ed una maglietta sportiva, munito del mio inseparabile zainetto e degli occhiali da sole, percorrevo il corridoio all'interno della pensione; lo sguardo era subito precipitato sulla stanzetta che, un anno prima, avevo occupato con una compagna di studi, ed era rimasta aperta in attesa delle pulizie del mattino. Rimanevo in piedi a ricordarmi quando l’estate precedente, ad ogni risveglio, incominciavamo a raccontarci un po' di cose, a girare attorno a dubbi e sensazioni. Erano le prime mattine in cui mi si stavo innamorando di colei che di li a poco avrei definito "la mia picinina". Proprio per quello aveva deciso di tornare a Lisbona nella stessa pensione dove avevo davvero imparato a conoscerla, forse per esorcizzare la troppa malinconia degli ultimi mesi, forse per un inconsapevole e masochistico desiderio di tristezza, ma, qualunque fosse il motivo, adesso ero lì a pensare a lei, in un modo così reale come non mi capitava da tanto. Percorrevo l’insidiosa scala a chiocciola che dal secondo piano dell'edificio portava al piano terra, con calma, con la testa piena di ricordi dolci e pungenti e, arrivato in strada avevo deciso di fare colazione nel caffe' letterario dietro l'angolo. Qui avevo consumato l'ultima colazione di quella fatidica estate sui colli di Lisbona in compagnia di lei e di un fantastico dolce con la cioccolata calda che lo ricopriva e, in quel momento, un anno dopo, ero subito pervaso da una sensazione di solitudine e di tristezza, nella quale, e forse il particolare puo' risultare grottesco, ci ero finito per mia volonta'. Avevo sempre identificato ogni citta' che visitavo con un odore caratteristico, ma nel caso di Lisbona avevo fatto un'eccezione, e l'avevo assimilata con il profumo di lei, quel "profumo di Lidia" che sostenevo essere il piu' bel profumo del mondo, l'ideale culla delle mie sensazioni olfattive. Percorrendo l'Avenida de Libertade fino a raggiungere Praça dos Restauradores, avevo deciso di prendere il tram n.28, il piu' caratteristico di tutti, che portava nei vicoletti dell'Alfama, insinuandosi nel cuore della vecchia e riposata citta'. Non c'era traccia del "profumo di Lidia", ma soltanto odore di pesce alla brace, e non c'erano i suoi sguardi nel piccolo parco situato nella curva panoramica del vecchio quartiere, dove i nostri affanni amorosi raggiungevano l’apoteosi. Rimasi parecchio tempo ad osservare la citta' dall'alto, e, ad ogni piccolo ricordo, chiudevo gli occhi e sorridevo, forse risultando un po' strambo ai passanti, ma quella era l'unica cosa che mi veniva da fare quando immaginavo l'incontro tra quei raggi di sole e l'oro dei capelli di Lidia e ogni tanto sorridevo, e davo calci alla malinconia. La giornata era passata così e, al ritorno in pensione, decisi di riposarmi un po' per poi recarmi a fare un giro al Bairro alto, il posto di Lisbona che piu' si avvicinava al fermento del centro storico di Genova, la citta' di Lidia. Appena sceso in strada avevo subito riconosciuto la brezza che solitamente veniva a trovare la citta' nelle notti d'estate, e, quasi rinfrancato da quella freschezza e dall'aver indossato un maglione di filo canticchiai un vecchio fado di Amalia Rodrigez, la canzone che aveva contribuito a legarci. La serata passava innocua tra un giro per le vie del bairro alto, rumori di passi, vociare della gente e qualche foto di scorci particolari. Era quasi la mezzanotte del 2 agosto, e mi trovavo in quella piccola birreria con una cerveza in mano, nell'esatto punto in cui, la mezzanotte e un secondo di un anno prima le avevo augurato buon onomastico.Avevo posato il bicchiere vuoto sul bancone, chiuso gli occhi, accennato un sorriso, e in testa mia le avevo appena detto:"Auguri picinina mia". Domani, sabato, era non solo il suo onomastico ma il giorno del suo matrimonio. Fuori, la brezza d'agosto di Lisbona accompagnava il mio amaro sorriso.

In Movimento

....uomini senza maschere o trucchi
splenderà il cristallo sul nostro oriente
in movimento...
scorrerà sanguema sarà vita,
corpo bagnato di sole speranza.
In movimento...
lo sguardo ridestato cercherà,
troverà nuovi confini,
non vedrà volti furiosi
vaneggiare illusioni
e megafoni strappati da mani violente
e braccia piegate nell'estrema fatica
di regalare vita
e il pianto dopo il fumo negli occhi
verso il cielo degli intrecci
e le parole e lo sguardo fiero
in movimento...
E le labbra.
E il corpo.
Back to Top http://www.degraeve.com/favicon/favicon.ico?9583.72994399728