mercoledì 16 settembre 2009

Confessioni




Scuola: del doman non v'è certezza.

Il nuovo anno scolastico è partito in quasi tutte le regioni d'Italia e la disinformazione regna ancora sovrana, anzi gelminiana.
Dopo aver tagliato senza ritegno su fondi e personale, passati per riforme, la minestra riscaldata di Brescia ha la faccia tosta di dichiarare che grazie a lei le scuole a tempo pieno, anziché diminuire, aumentano: proprio lei, ecco la faccia tostata al grill, che sta studiando il modo di innescare una miccia e farla saltare in tre anni. Adesso si è limitata a far saltare la compresenza che era il nocciolo del tempo pieno, che ora non esiste più e al suo posto è ritornato il dopo scuola, autentica area di parcheggio per i nostri figli e nipoti i quali vengono considerati un poco più di pacchi postali non recapitabili. Ergo: c'è da andare fieri di questo?
Andiamo a vedere che cos'era, fino a ieri, la compresenza. Non erano che poche ore alla settimana, in cui su un'unica classe c'erano due docenti contemporaneamente e ciò, in primis, permetteva il recupero di alunni in difficoltà, di organizzare uscite didattiche, di mettere una pezza ad emergenze e disagi, di aiutare i bambini di lingua straniera, di aiutare i cosidetti bambini “difficili”, cioè con problemi sociali (un genitore in carcere, ad esempio).
In più, bisogna dirla tutta, la compresenza in questi anni è anche servita per “coprire” le assenze dei docenti in malattia, evitando la nomina da parte dei presidi di diverse sequele di supplenti, con relativo risparmio.
E ora la compresenza sparisce dai file ministeriali ma ne restano alcuni sottofile che in tre anni verranno eliminati anche loro, a meno che questo governo e questa ministra decadano.
Frator.

mercoledì 9 settembre 2009

Enrico Nascimbeni: "L'amore ai tempi di MySpace"

Eccolo qui il libro di Enrico Nascimbeni, il “Capitano”, il Giornalista il Cantautore di queste ultime stagioni dove, grazie al Web ha raccolto tanti successi. Qui davanti a me poggiato sulla mia caotica scrivania, dove il libro svetta. La Copertina innanzi tutto: una Marlboro da accendere, i capelli d’arruffo, l’orecchino che sporge e la barba di qualche giorno prima. Poeta maledetto? Boh, non so fate voi!
Eccolo qui “L’amore ai tempi di MySpace" che delinea al suo esordio poetico i lati di un quadrato, un ring d'amore, che impone all'Io di esprimere la concretezza del suo mondo “virtuale”.
Eccolo qui il libro da odorare e da leggere comodamente sdraiati su una longue-chaise al riparo dal sole cocente, anziché costretti a leggerlo su una sedia davanti ad una schermo luminescente che ti brucia gli occhi e ti pialla, quando scrivi, i polpastrelli.
Eccolo qui il verso, il guizzo della non-poesia, come l'autore si ostina con modestia a dire, nonostante permanga il gioco incessante degli specchi negli occhi dell’altro, come nell’occhio di sé, o di un padre diventato angelo e Dio. E’ percettibile, però, la conoscenza della realtà: l’occhio dell’altro, o il nostro, trema, e si fa luce dell’altrui presenza. Ma il guizzo della sua poesia, il momento in cui la domanda è già una risposta, dura un solo istante.
E’ proprio di un poeta sostare, provare a trattenersi nel cuore della contraddizione e attendere dai versi la domanda che è una risposta, e, tuttavia, percepire il senso di parlare sopra il nulla, del dire il non dire, esprimere l’evanescenza imprendibile del vivere, l’estinguersi della stessa corporeità della rapida inconsistenza dell’istante ricco, però, di tanta pienezza:”Io ho provato…/Lo giuro su un paio di mutandine di pizzo/ che ho provato per tutta la vita/a capire la vita./Zero/Nulla”…
E questa sarebbe non-poesia? A me sembra una cifra molto alta, talmente alta da influire sulla forma, mossa dalla ragione e dall’amore che illustra tutto il suo raccontarsi. Diceva Octavio Paz che “la poesia non è solo una tecnica artistica, ma una visione generale delle cose” dunque non un vano gioco di parole ma una vicenda dell’anima, un riconoscersi nello spirito cose, del resto, che lui fa abitualmente, invitando i suoi lettori e frequentatori di Space a farlo.
“Se avessi le mani sporche d’inchiostro/non le laverei/ ma ti imbratterei il viso di blu di Prussia” Contraddizioni? No, proiezioni su uno schermo bianco di lavori poetici.
Questa è una poesia fondata sull'addizione delle cose e sulla sincerità d'espressione che tutto concede al dato sentimentale, lasciato scorrere attraverso un vasto repertorio di idee, di spunti superbi (mi sono comprato uno specchio/domani guarderò dentro/ nell'inutile ricerca di un riflesso cobalto) e ambiti di elezione della vita più esplorati che esploranti. Forse per questo il suo linguaggio “non-poetico” non fissa mai metafore decadenti,“scatta una foto/per non dimenticare”, ne è l'esempio, ma annota e disegna il pulsare della vita intorno a se.
Quale lingua potrà mai dissetarci, quali venti sollevarci, quali flutti portarci oltre tutte le perdite se non il canto, il canto immortale della poesia. E questo libro è pronto per dare emozioni, utile per trovare, almeno, parvenze di salvezza dell’anima.
Ha ragione Roberto Vecchioni quando nella sua dotta prefazione al libro ricava questa considerazione:”Caro Enrico, questo ha visto tuo padre. Ha visto che sei un poeta.”
L'amore ai tempi di MySpace è un libro che oltre a coinvolgere va dritto al cuore delle situazioni e delle cose. Insomma, un libro da non perdere che serve anche a riparare qualche cuore graffiato.

Frator


Enrico Nascimbeni, “Non-Poesie” - L'amore ai tempi di MySpace –
Ed. Paradisi di carta – Euro 12,00

mercoledì 19 agosto 2009

Ma serviva proprio una Margherita?

Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.

Sarà un giorno lieto per la nostra democrazia quello in cui la famiglia Agnelli pagherà allo Stato ciò che gli deve per il patrimonio custodito all’estero nei paradisi fiscali. La slealtà contributiva praticata da protagonisti così eminenti del nostro capitalismo, infatti, fornisce un esempio deteriore; danneggia l’economia di un paese come l’Italia che tanto ha dato agli Agnelli; legittima milioni di piccoli evasori nel considerare aggirabile il dovere della pubblica contribuzione.Dunque complimenti all’Agenzia delle Entrate che ha avviato la sua indagine su circa un miliardo di euro detenuti a quanto pare in Svizzera, senza essere registrati a bilancio, sulla base di circostanze contenute nella denuncia di Margherita Agnelli: i più fedeli lettori di “Vanity Fair” ricorderanno che la figlia dell’Avvocato presentò su questo giornale le sue rimostranze, ben prima di adire a vie legali.I complimenti saranno estesi al governo quando indagini dello stesso tipo verranno intraprese sulle disponibilità occultate all’estero di tutte le altre grandi famiglie del capitalismo italiano, non importa di quale colore politico o ramo d’attività, compresa possibilmente la famiglia che presiede il governo stesso.Perché altrimenti dovremo sospettare che gli Agnelli siano stati presi a bersaglio solo per una azione dimostrativa isolata, il che non sarebbe giusto.Lascia perplessi, inoltre, che per disporre l’azione risarcitoria su questo grande patrimonio nascosto all’estero, lo Stato italiano abbia dovuto aspettare la controversia processuale tra Margherita e i curatori testamentari di suo padre Giovanni Agnelli. Dovrebbe essere risaputo che se non tutte, quasi tutte le famiglie dell’industria, della finanza, della grande distribuzione, del petrolio, dell’immobiliare, della sanità privata eccetera, detengono tesoretti illegali all’estero, costituiti in base a tre ragionamenti:1) L’Italia non si sa mai come vada a finire, meglio tenersi una riserva di sicurezza fuori dai confini.2) Per la contabilità occulta (pagamenti in nero, tangenti, regali lussuosi per se stessi o magari un’amica segreta) meglio avere un conto cifrato alla larga da sguardi indiscreti.3) Altrimenti dove li metti i guadagni non dichiarati, se vuoi risparmiare almeno una parte dei pagamenti fiscali?Spero dunque che l’azione per riottenere dagli Agnelli le somme importanti che hanno evaso, non resti isolata. Ci sarebbe l’esempio americano da seguire: il governo degli Stati Uniti ha minacciato di arrestare i banchieri della Ubs svizzera in transito sul suo territorio, se finalmente l’istituto di Zurigo non gli avesse comunicato la lista di centomila clienti Usa detentori di grandi patrimoni all’estero, e dunque sospetti di evasione. La lealtà fiscale deve prevalere sul segreto bancario.Ministro Tremonti, non avremmo pure noi qualche richiesta da avanzare a Lugano, Ginevra, Zurigo? Per muoverci, dobbiamo per forza aspettare la prossima Margherita Agnelli?So bene che è un’illusione quella di fermare il flusso di denaro alle frontiere. E in prospettiva anche un danno all’economia. Ma l’indecenza dell’evasione fiscale per l’Italia è un danno ancora maggiore. Speriamo dunque che l’Agenzia delle Entrate faccia sul serio.So altrettanto bene che sotto gli ombrelloni di ferragosto si discuteva più volentieri se Margherita Agnelli abbia fatto bene o male a mettersi contro la madre e tre dei suoi otto figli, invece di limitarsi a prendersela con la memoria del padre-patriarca artefice di un’eredità in stile monarchico. Ma non vi sembrerebbe più importante discutere se le tasse siano o no da pagare?

lunedì 10 agosto 2009

Una domenica in agri...turismo

Si tratta della Tenuta Capaccio, alle prime falde del sub appennino dauno, contesa da due paesi, Deliceto e Bovino, un tempo autentica masseria che dominava una sterminata pianura di grano e ora diventata, in quest'epoca di trasformazione, agriturismo che, giorno dopo giorno, diventa più grande, più bello, rendendo la sosta un piacere per gli occhi e per lo stomaco.

domenica 9 agosto 2009

Sgarbi o la paura delle masse.

Sgarbi ha raccontato al Giornale che una volta doveva andare a ritirare un premio a Ponza. Quelli che vanno a Ponza, in linea di massima, prendono l’aliscafo. Ma può Sgarbi prendere un aliscafo come tutti? Giammai. Chiese ed ottenne un lussuoso motoscafo. Come disse una volta perfino Naomi Campbell: “I don’t fly commercial”. Problema al ritorno. Motoscafo lussuoso non disponibile. Che fare? Aliscafo? Mai! Piuttosto un gommone nonostante il mare grosso. Racconta: “Sono arrivato a Napoli tutto bagnato e pieno di botte”. Ma felice.
(CSF)

giovedì 6 agosto 2009

I colori dell'estate


Una margherita capricciosa
trattiene l'estate
i petali fioriti
di un'antica corona.

mercoledì 5 agosto 2009

Quando si dice il tempismo.


Giusva Valerio Fioravanti lo hanno liberato, definitivamente, il giorno del ventinovesimo anniversario della Strage di Bologna. Il terrorista fascista che con la sua compagna, Francesca Mambro ha compiuto materialmente questa strage è libero, nonostante gli avessero assegnato l’ergastolo, per sempre. Che tempismo liberarlo il giorno dell'anniversario della strage!!!. Non che cambiasse nulla se lo avessero liberato due giorni dopo, o due prima. Ma lo stesso giorno! Esiste anche una legge che non sta scritta, quella del buon senso e del rispetto per chi in quella stazione ha regalato la propria vita alla follia altrui. Eugenio Scalari, in un’intervista alla radio, ha detto che non stiamo vivendo un nuovo fascismo, quello non torna più. Stiamo vivendo una "democrazia autoritaria". Questa è una frase che sta attraversando con il suo losco significato il mondo, giungendo fino in Venezuela, dove il dittatore rosso (si è dipinto lui così?!?) Ugo Chavez pochi giorni fa ha chiuso tutte le radio che si oppongono al suo regime, fatto di prepotenze, sangue e sotto l’egida di un finto modello cubano.E in Italia abbiamo un campione di questa "democrazia autoritaria" ed è un uomo talmente geniale che si fa intercettare a villa Certosa mentre va con delle mignotte e si vanta di non usare il preservativo.
Complimenti cavaliere, la sanità e la scuola italiana le sono grati per questo "stupendo" esempio che lei da ai giovani.

martedì 4 agosto 2009

L’italiano dimenticato

Premessa: questo che segue è un commento di un italo-americano trovato su Flickr dov’era postata una foto che ritraeva la scena del rinvenimento in mare di un corpo senza vita. Non c’è nessun intento, da parte mia, di dileggiare l’improvvisato scrittore ma solo di esplicitare un esempio di come la nostra lingua subisca trasformazioni lessicali quando non viene abitualmente parlata e si interseca con altre lingue, scaturendo una nuova morfologia a volte simpatica a volte stridente ma pur sempre vera.

Riprese foto sul luogo del corpo trovato galleggiante nel mare al largo Granada Martedì mattina mi ha ricordato di un altro tempo ho visto un cadavere in un posto inaspettato.Ero un camionista per un magazzino di liquori e allora avremmo routine uscire con 40 fermate per un giorno liquore negozi, ristoranti, tutti gli stabilimenti che hanno una licenza di vendere liquori. Sono stato incoraggiato a quelle fermate off veloce come ho potuto con il fatto che la società mi avrebbe pagato per un intero giorno di 10 ore, anche se ho finito il mio lavoro in meno di quelle 10 ore.Ero giovane e pieno di energia e potrebbe finire il mio turno di solito in circa 6 a 7 ore se non si è verificato a rallentare impreviste mi giù.Questo particolare giorno il corpo di un uomo morto nella sua fine 20's / early 30's bloccato l'accesso al negozio di liquori Falcon a Broadway e Falcon. I poliziotti erano in attesa per il coroner di arrivare.Shit! Quanto tempo è che andare a prendere Mi chiedevo alza le spalle a tutto l'intorno. Ogni volta che viene qui mi è stato detto. Ho guardato verso il basso sul corpo che stava andando a tenermi di godere quelle preziose poche ore di luce solare al di fuori del lavoro che ho lusted per molto tempo fa in questi giorni. Una sorta di strano spumeggiante saliva era fuoriuscito dalla sua bocca e riposato il mento del ragazzo morto. Si è di colore verdastro. Probabile overdose I figurato, anche se in realtà la mia esperienza di medico è stata limitata a ciò che erano stati trattati maladies sulla notte di Giovedi episodio di ER."Credo che non c'è abbastanza spazio intorno alla sua testa che io la mia mano può ruote camion all'interno del negozio," ho detto al poliziotto pendente contro il muro accanto al corpo. Egli ha dato con un altro spallucce di spalle che ho preso come acquiescenza e proceduto a mio carico ruota intorno alla testa del ragazzo morto, non toccare un solo capello in che quantità molto limitata di spazio, e come che ero di nuovo sulla strada della corsa orologio per quelli extra matura ore.Sono stato una persona diversa allora, ovviamente. Ma, mi fanno la stessa cosa, ora che ho fatto quel giorno? Mi piace pensare anni mi hanno cambiato. Mi ha maturato. Ora ho probabilmente afferrare un pisolino in cabina del mio camion e sosta per la società quanto più gli straordinari come ho potuto.

domenica 2 agosto 2009

2 Agosto 1980

Questa è una sto­ria che ho incrociato sulle pagine della posta del Manifesto in edicola oggi.
La storia ha tre protagonisti si chiamano Carlo, Anna Maria e Luca. I primi due sono una giovane coppia di sposi e il terzo è il loro bambino. Sono una famiglia norma­le, come ce ne sono tante in Brian­za, che ad agosto, come ogni anno, va al mare. Carlo, Anna Maria e Luca salutano ì genitori dì lei, picco­li imprenditori locali, e partono con la loro macchina verso il luogo delle vacanze. Il caldo, le code, i casel­li ...Storie quotidiane che si ripetono ogni estate. All'improvviso in auto­strada la macchina si rompe. Non si può più proseguire. Carlo e Anna Maria decidono di tornare a casa, ma Luca insiste e alla fine scelgono di andarci in treno al mare. La matti­na del 2 agosto 1980 alle ore 10.25 sono nella stazione di Bologna. Oggi i loro nomi sono scritti nella lapide di marmo che si trova nella sala d'aspetto di seconda classe.
La storia non finisce qui, la storia aggiunge a quelle vittime altri nomi Il papà di Anna Maria muore, subi­to dopo quell'ora pietrificata, di cre­pacuore. La mamma, la nonna di Luca, entra in monastero. Eppure questa storia non è solo una storia triste, una delle tante storie d'impu­nità della terra, è anche una picco­la grande storia di resistenza. Ogni anno, anche quest'anno, sul quoti­diano locale tutti i comaschi posso­no leggere un breve necrologio che ricorda i loro nomi. Ogni anno, la mamma di Anna Maria, paga, a sue spese, dal monastero, quel pic­colo riquadro di memoria che ricor­da a tutti i lettori de la Provincia, Carlo, Anna Maria e Luca.

martedì 28 luglio 2009

Il bisnonno di Crimea

A 180 anni dalla nascita, la figura del bisnonno Carlin mi appare quasi leggendaria. La sua nascita è avvolta nel mistero e nella sua vita, che si distende lungo un arco di tempo di grande durata, egli non solo vide ma addirittura partecipò in prima persona ad avvenimenti del tutto eccezionali per l'Italia. Basta considerare che egli nacque quando il re Carlo Alberto era appena salito sul trono del Piemonte; assistette da ragazzo alle rivoluzioni del 1848 ("anno dei miracoli") ed alla sfortunata Prima Guerra d'Indipendenza; partecipò alla spedizione in Crimea; partecipò alla Seconda Guerra d'Indipendenza nel 1859; vide la spedizione dei mille di Garibaldi e la proclamazione dell'Unità d'Italia nel 1861; vide la Terza Guerra d'Indipendenza del 1866; assistette alla presa di Porta Pia e all'annessione di Roma e del Lazio all'Italia; visse le difficili condizioni dell'Italia post-unitaria; conobbe il vigoroso slancio economico dell'Italia tra gli ultimi anni dell'Ottocento ed i primi anni del Novecento nell'età giolittiniana; assistette, ancora arzillo,allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e morì, infine, quando essa si avviava alla conclusione.
Quando egli nacque, Beethoven era morto da soli cinque anni, Leopardi e Manzoni erano ancora in piena attività letteraria, mentre Chopin, Schumann, Liszt, Wagner e Verdi muovevano i primi passi nella musica. Quando egli morì tutti questi artisti insigni erano già morti da un bel pezzo..
La prospettiva storica che fa da sfondo alla sua vita da letteralmente le vertigini. Tutto ciò che noi abbiamo imparato sui libri di Storia e di cui ci facciamo un’immagine vaga e approssimativa solo grazie alle stampe ed alle incisioni imperfette e a volte fantasiose che ci pervengono dal passato, egli lo vide con i suoi stessi occhi e nella forma degli avvenimenti di cui esso stesso fu partecipe.La sua generazione era quella degli uomini che contribuirono fattivamente e non solo a chiacchiere come oggi molto spesso avviene, a costruire la casa di tutti gli italiani. Era giusto che la sua esistenza non cadesse completamente nell’oblio, ma fosse recuperata nella memoria dei suoi discendenti.
Purtroppo i ricordi di lui, tramandati oralmente nella mia famiglia erano molto scarsi e poco significativi. Non si andava mai al di la del “bisnonno Carlin” quello che andò a combattere in Crimea. So di certo che già pochi anni dopo la sua morte la sua figura cadde completamente in abbandono. Mi sono sempre meravigliato del fatto, tanto per fare un esempio, che nessuna delle sue nipoti fosse a conoscenza che egli era nato a Moncalvo, nell’astigiano e non tra le risaie del vercellese come davano per scontato. Eppure si tratta di un fatto molto importante della sua vita, di cui senza dubbio egli avrà parlato molte volte. L’unica cosa che si sapeva di lui che era un trovatello ma veniva detto con fatica e non da tutti, come si trattasse di una macchia nella fedina penale e non una traversia nella vita della povera gente d’allora. E’ mai possibile che nessuna provasse il desiderio di conoscere qualcosa circa la nascita del nonno? Allo stesso modo costituisce un indice della scarsa attenzione con cui fu tramandata la sua memoria il fatto che nessun oggetto, neppure il più semplice o modesto, appartenuto a lui, è giunto fino a noi: non abbiamo la soddisfazione di tenere tra le mani neanche un solo oggetto (un netta pipe, una tabacchiera, un acciarino a bossolo, ecc) che egli abbia tenuto tra le sue. Molte volte mi sono chiesto il motivo di un simile collasso della sua memoria. Secondo me, la risposta, e lo dico con rammarico, sta in ciò:egli ebbe la sfortuna di avere solo un figlio maschio che, per contro, gli diede molte nipoti, tutte femmine; e si sa che le donne, almeno quelle di un tempo dove la divisione tra sessi era molto marcata e netta, sono assai poco sensibili, per non dire del tutto indifferenti, a certi ricordi familiari, soprattutto se questi sono legati alla vita militare.
Per chi ha voglia di sapere non rimane che andare in biblioteca e negli archivi di varia natura. Grazie ai documenti scritti, il nostro interesse per il bisnonno ha potuto essere corroborato, ampliato, documentato.
Dico soltanto che le ricerche condotte non solo ci hanno chiarito alcuni punti della vita del bisnonno già percepiti seppur vagamente, ma ci hanno anche rivelato, con effetto di assoluta sorpresa, altri fatti bellissimi ed eccezionali (la partecipazione alla guerra del 1859 la cosiddetta Seconda guerra d’Indipendenza, con relativo conferimento di medaglie al valore, che scoppiò quando, il 29 aprile del 1859, gli Austriaci passarono il Ticino, puntando verso Torino. Questi vennero poi fermati sulle rive della Sesia, dove i Piemontesi avevano allargato le risaie, mentre l'esercito piemontese, congiuntosi con quello Francese di Napoleone III, giungeva alla riviera ligure) i quali ci erano completamente sconosciuti.
La documentazione acquisita relativa all’azione su questa terra dell’avo Carlin era talmente ricca e viva da ricreare potentemente la sua figura, risvegliandola dalle ombre spente del passato.
Quando finalmente riusciamo a leggere i fogli ingialliti dei vecchi documenti, lungamente cercati, allora noi abbiamo veramente la ferma consapevolezza che essi ci aiutano a ricreare tutto ciò che c’era in un tempo dimenticato e che la memoria depositata oggi fa rivivere.

domenica 26 luglio 2009

Cinque giorni a Sanremo


Sono stato a Sanremo. Cinque giorni a Sanremo. Nel frattempo mio nipote in negozio al posto mio vendeva le Marlboro a 4,50 e le cartine per sigarette a 0,40. Meno male che noi vendiamo più Marlboro che cartine per sigarette. I cinque giorni a Sanremo li ho passati nella sala d’attesa di un famoso studio cinematografico. Entravo, chiedevo e aspettavo. Riuscivo a fumare quando la segretaria andava via. Mentre aspettavo, mi si proponevano spacciatori di eroina, agenti assicurativi, attricette di quart’ordine, ballerine di terzo (ordine), procacciatori di voti (siamo dentro le elezioni), chitarristi diciottenni aspiranti alle luci della ribalta, fiorai, naturalmente. Se fossi stato femmina mi avrebbero avvicinato numerosi protettori travestiti da impresari che mi avrebbero spinta in un locale di lap dance dietro l’inganno di una partecipazione al festival. Mi aspettavo di incontrare Milena, una ragazza dell’Ecuador che vive a Sanremo che ho conosciuto nelle Marche qualche anno fa, ma non l’ho vista. Anzi, se la incontrate voi una donna alta due metri che giocherella con un bottiglione di rosso tra due dita, allo stesso modo di come io mantengo la sigaretta in quella fotografia lì, quella sicuramente è Milena, per piacere salutatemela. Direte voi, forse: che cazzo sei andato a fare a Sanremo? Direte voi, certamente: a noi che ce ne fotte? Il fatto è che al quinto giorno di anticamera, quando ormai mio nipote vendeva i pacchetti di sale iodurato al posto delle scatole di pastelli, quando ormai pure la segretaria aveva preso il vizio del fumo dietro mia insistenza, è uscita lei finalmente dal suo ufficio privato, mi ha sorriso, avvolta in un vestito nero che le lasciava le spalle scoperte, ha buttato la testa all’indietro come è solito fare nelle sue migliori interpretazioni. Mi ha sorriso, mi ha firmato un autografo. Chi è lei? E’ Mariacristina Brettone, attrice di teatro, poetessa. Ha una cultura che vi fa impallidire, le sue poesie potranno sconvolgervi, destabilizzarvi, arricchirvi o spingere la vostra mente verso inattesi e inimmaginabili orizzonti. L’effetto che fanno a me le sue poesie è quello stesso effetto che capita a quello sballato disegnato da Andrea Pazienza che si trova di fronte a un muro con una macchia viola, che resta tutta la notte a fissare quel muro con la macchia viola, e che la mattina dopo guarda la macchia viola e dice “cazzo, è proprio viola, io l’avevo detto che era viola”. Per lo più è una donna paziente e gentile. Anzi, è una donna gentile e paziente. Penso a L’angelo azzurro, di Joseph Van Sternberg: a Eric Jennings, che si innamora perdutamente di Marlene Dietrich. Penso che era giusto così. Sono contento.


Sabato Cuomo

venerdì 26 giugno 2009

Fate volare palloncini verdi nel cielo di tutto il mondo




TEHERAN - Oggi sono stata tutto il giorno in casa sono uscita soltanto per comprare i palloncini esclusivamente verdi all'inizio della mia via. Ne ho comprati ben 12 e ho intenzione di gonfiarli e lanciarli in aria domani (venerdì) alle 13 ore iraniana non ho ancora scoperto come gli devo gonfiare per farli volare bene. Sono un po' depressa e stanca non ho tanta voglia di uscire comunque non so dove andare e cosa fare. Il tam tam è iniziato ieri dopo la sanguinosa repressione del regime, catene di mail e gruppi su Facebook chiedono a tutti iraniani e non, dentro l'Iran e negli altri paesi di far volare dei palloncini verdi in segno di solidarietà, speranza e per mostrare che la nostra battaglia non è finita continua. Gli sms non funzionano e comunque ho deciso che non ne farò più uso. Voglio anche legare dei nastri verdi e bigliettini ai miei palloncini scrivendo libertà e Allaho Akbar. Oggi non c'erano in programma manifestazioni e comunque io ormai sono a casa e non mi hanno avvertita vedrò stasera o domani se e come si sono svolte. Ci sono gruppi che vogliono far saltare l'elettricità con l'accensione di elettrodomestici, ma io non sono d'accordo non potrò più andare su internet e ci saltano tutti i contatti, visto che ho installato un rompi filtro fantastico (your freedom). Ho solo qualche problema con Youtube la lettura dei video è veramente lenta. Per il resto ho accesso alla rete senza problemi. I giornali ormai sono inaffidabili ci informiamo come possiamo nei blog, media stranieri e social network. Via mail mi hanno mandato un nuovo giornale clandestino Khyaban ''La Strada'' in formato pdf che critica aspramente le ultime violenze. Ho già scritto un articolo completo per Agenda News. Ho appena letto il comunicato di Mir Hossein Mousavi, finalmente, afferma che la tv di stato, le agenzie di stato e i giornali come Keyhan hanno distorto la verità dei fatti prima e dopo le elezioni. Dopo giorni di accuse rivolte al candidato riformista di avere fomentato la rivolta titolo di Keyhan giornale ultra conservatore diretto da Hossein Shariatmadari molto vicino al leader supremo. Inoltre Mousavi dice che le elezioni sono state una grande bugia e che i manifestanti sono stati massacrati di botte, uccisi e arrestati. Lo staff del candidato ha inoltre chiesto l'autorizzazione a celebrare una cerimonia per i martiri degli ultimi giorni. Se verrà concessa, il luogo verrà comunicato. Dopo il volo dei palloncini domani abbiamo in programma di accendere dei lumi per il tramonto e per la sera. Si devono calmare gli animi e forse dobbiamo sperimentare altre forme di protesta come gridare Allaho Akbar dai tetti. Faccio un ultimo giro su Facebook e Twitter e noto con grande preoccupazione che Persiankiwi non scrive dalla sera del 24 giugno i suoi ultimi post sono stati : ''dobbiamo muoverci - non so quando potrò ricollegarmi - hanno arrestato uno di noi sarà torturato e farà dei nomi - adesso dobbiamo muoverci in fretta'' poi ''grazie a tutti quelli che hanno supportato l'onda verde - perfavore ricordate il nostro martirio - Allaho Akbar'' e infine ''Allah- tu sei il creatore di tutte le cose e ritorneremo da te Allaho Akbar''. Sperò che non gli sia successo nulla, era un punto di riferimento su Twitter . Sono esausta domani è un giorno importante è il secondo venerdi dopo le elezioni e staremo a vedere chi guiderà la preghiera e che parole useranno. Sono quasi le due e mezza o forse tre è in chat si scatenano è morto Michael Jackson il re del pop, mi dispiace è stato un idolo ed è molto amato dagli iraniani come tanti altri cantanti occidentali. Poi mi sorge il dubbio non sarà che la morte di un grandissimo della storia della musica oscurerà la nostra battaglia?



Fatemeh Karimi è una studentessa iraniana che, come tanti altri, sta vivendo questi giorni di paura, rabbia ed emozioni. Giorno per giorno, riferisce sul nostro sito quello che vede e sente, quello che vedono e sentono i suoi amici. Fatemeh aveva cominciato il suo racconto sul sito
"AgendaComunicazione.it" che da tempo si occupa di comunicazione.



giovedì 18 giugno 2009

Il Referendum questo sconosciuto


Un italiano su due ignora che si tratta di un referendum e un numero altissimo non ne conosce i contenuti. E va bene che in 30 località ci sono i ballottaggi, ma l’estate è scoppiata. E riuscire a portare alle urne il 50 per cento dei votanti e raggiungere il fatidico quorum appare un’ardua impresa.

I quesiti
Sono tre, su schede di colore diverso. La legge attuale, proporzionale, prevede un premio di maggioranza da attribuire (su base nazionale alla Camera, regionale al Senato) o alla «singola lista» vincente o alla «coalizione di liste». Il primi due quesiti propongono di eliminare la seconda possibilità. Chiedono infatti di cancellare il collegamento fra liste alla Camera (scheda viola) e al Senato (scheda beige chiaro) e il premio alla coalizione. Il terzo (scheda verde) chiede invece di abrogare le candidature plurime, cioè la possibilità, per la stessa persona, di candidarsi in più circoscrizioni.

Cosa cambia
Se passasse il sì alle prime due domande, il premio di maggioranza verrebbe attribuito alla singola lista vincente. E verrebbero innalzate le soglie di sbarramento, al 4% alla Camera, all’8% al Senato. Il sì alla terza domanda cancellerebbe invece i «ripescaggi», che permettono all’eletto in più circoscrizioni di decidere il destino degli altri, stabilendo dove ritirarsi. La «porcata» resterebbe però intatta: le liste rimarrebbero «bloccate» e scelte dall’alto.

Che fare
Affidarsi al buon senso e alla propria personale sensibilità politica è l’unica ricetta che mi sento di consigliare. Votare o meno è quanto mai relativo perché, comunque vadano le cose, cioè che vinca il si, il no o l’astensione i politici continueranno a fare, indisturbati, il proprio lavoro.

EffeTi.

sabato 25 aprile 2009

25 Aprile 2009

Mio padre mi ha insegnato: “ogni giorno nella tua vita, fai in modo che ci sia un pensiero per chi ti ha dato la libertà”. Io ho sempre cercato di farlo anche quando il vento delle cose cercava di offuscare la memoria e, così, per rafforzarla, ogni tanto mi leggo le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Sono epistolari di partigiani e patrioti scritti quando essi, catturati da fascisti o tedeschi, già sanno, anche indipendentemente da una sentenza di tribunale o di comando nemico, che verranno uccisi; o ne hanno il presentimento e manifestamente lo esprimono.





Torino, 4 aprile 1944.
“Angeli miei,
ci hanno allungato la vita di 24 ore per sottoporci ad un interrogatorio.
E’ stata una giornata densa di pensieri. Tutta la vita mi è passata innanzi, ma più di tutto, sopra tutto, tu moglie mia, tu figlia mia.
Il cappellano che ci assiste, e col quale ho avuto anche un cordiale colloquio, mi ha detto che svolgendo certe pratiche è possibile riavere il cadavere. Fatelo, a me non importa nulla, ma so che per voi potrà essere un conforto; se, poi, tu facessi la tomba in un posto ove un giorno (molto lontano) ti potessi riavere vicino a nanna con me, allora ne sarei contento. Attenderò quel giorno con tutta la passione mia, ma che venga lontano, in modo che tu possa vedere i figli di nostra figlia più grandi di quel che ho visto io mia figlia.
Il mondo migliorerà, siatene certe: e se per questo è stata necessaria la mia vita, sarete benedette.
Io vi benedico per il grande conforto, per il grande sostegno che la certezza di essere da voi due ricordato ed amato mi dà e che mi fa andare sereno davanti al plotone di esecuzione. La mia fede mi ci fa andare sorridendo.
Tenetemi nel vostro cuore per tutta la vita, come io per tutta l’eternità.
Tuo marito, tuo babbo”.


Paolo Braccini (Verdi). Anni 36. Fucilato il 5 Aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da un plotone di militi della GNR. Medaglia d’oro al Valor Militare.


E’ bene ricordare che la libertà non è un’idea ma un bene comune e se di essa non godono tutti non saranno liberi neppure coloro che si reputano tali.

lunedì 13 aprile 2009

Il giallo ti dona – COSI’ COME ORA – 1 -








“Così come ora
sotto gli alberi scuri
dove stanno i grilli
all’improvviso tu smetti di ridere
mi prendi le mani
e le poni sul tuo cuore.”





Il commissario Catalano era quel giorno con l’animo leggero.
Si avviava a piedi verso il commissariato di zona di cui era titolare e per le strade del grigio e operoso quartiere, a dispetto dello smog, un sole un po’ velato annunciava la primavera.
Neanche lo stridore dei tram e la puzza che usciva dai tubi di scarico delle macchine non lo turbava più di tanto; arricciò il naso: “Devo fare come i giapponesi e mettermi la mascherina”, pensò, affrettando il passo. Pur essendo un convinto salutista, neppure l’ambiente degradato e maleodorante del rione dove lui stesso viveva e lavorava riusciva, in quel momento, a fargli cambiare umore. D’altronde, gli appelli del sindaco a limitare l’uso delle auto e moderare quello degli impianti di riscaldamento, erano, come sempre, caduti nel vuoto. Gli alienati abitanti della città continuavano ad usare le automobili e ad avere in casa un clima da tropico del cancro.
Antonio Catalano era, quella mattina, contento di sé.
La sera prima aveva ricevuto un encomio solenne dalle mani del prefetto per aver arrestato una banda di borseggiatori che da mesi seminava il panico nel mercato rionale, la sua vita sentimentale non gli dava preoccupazioni: era stabile come mai in precedenza con altre relazioni e non intralciava il suo progetto di vita.
Era arrivato in questo stato d’animo alla palazzina dove lavorava, addossata quasi sotto al cavalcavia del più importante e strategico snodo periferico dove il traffico scorreva a velocità da incubo. Davanti al portone un africano dalla pelle d’ebano era in attesa che aprisse l’ufficio immigrazione per farsi firmare il permesso di soggiorno: “Apre alle dieci” gli disse, superandolo di corsa. Entrò nel commissariato che erano già tutti al lavoro, si liberò in fretta del giaccone sportivo e si sedette alla scrivania. Allungò la mano e accese il ricetrasmettitore per mantenersi in contatto con le pattuglie in giro per il quartiere. Anche la radio sembrava dalla sua parte quella mattina: nessuna voce allarmata, solo il gracchiare delle onde magnetiche che per lui erano come un sottofondo della musica dei Police che tanto amava. La giornata iniziava bene pensò seguendo lo sciacquio. Prese dal cassetto il lungo pacchetto dei sigari Garibaldi, ne tolse con cura uno, l’annusò da punta a punta e mentre stava per dividerlo in due scoprì che poteva anche farne a meno non avendo bisogno, per adesso, di nessun atto consolatorio. Scorse distrattamente il principale quotidiano della città. Nessuna notizia riusciva a catturare la sua attenzione: né il conflitto tra Israele e Palestina, né l’ennesima drammatica giornata nera dell’economia mondiale. Si fermò solo all’enfasi dei titoli perché tanto gli bastava per vedere il precipizio in cui si era avviato il mondo. Sfogliò, ancora, pigramente, le pagine; terrificanti notizie di cronaca: un padre che violentava da una quindicina d’anni la figlia ma che veniva assurdamente difeso dalla moglie e dal resto della famiglia e il grande fiume Po avvelenato da pesticidi di nuova generazione. Facce allucinate guardavano dal giornale: assassini, stupratori, spacciatori, morti per droga. Tutto come da copione che lui doveva leggere e interpretare in prima persona ogni giorno.
Non era cinico, il nostro commissario e non nutriva particolari avversioni verso il genere umano, ma neppure queste notizie riuscirono a scalfirlo. Mentre stava per uscire dalla pagina delle noir un’immagine, accanto al reportage di un processo per concussione a carico di un rampante politico locale, suscitò la sua attenzione: c’era la foto di un magistrato donna che gli piaceva da morire fin dal primo momento che l’aveva conosciuta. La guardò con particolare interesse: lo attirava quello sguardo rapace e voleva trattenerlo. “Meglio non mettersi nessun pensiero erotico in testa soprattutto con la donna di un amico” si disse, ponendo da parte il giornale.
Bisognava pure che si decidesse a fare qualcosa quella mattina. Rimase per un attimo in sospensione, finché lo sguardo gli cadde su una pila compatta di verbali che aspettavano di essere firmati. Così ordinati, non riusciva quasi a vederli. La nuova segretaria, un agente appena trasferita dalla Sicilia, era precisa, pignola, di quell’ordine da altare officiale: ogni cosa doveva avere il suo posto e più in evidenza, vicine, le cose da trovare subito. Così era per quei verbali che evidentemente per lei avevano l’importanza di un calice per la messa. Quando stava per controfirmare un ritiro di patente per guida in stato d’ebbrezza, la radio cessò di gorgogliare. Una voce meccanica si sovrappose a quella monotona distonia: “A tutte le auto, a tutte le auto”, la solita premessa, “rapina in corso all’Ipermercato le Ferriere, prestare la massima attenzione”.
“E’ a due passi da qui” disse Catalano a voce alta. Poi chiamò, Carmelita, la segretaria, alla quale chiese chi fosse il capo pattuglia per quel giorno.
La ragazza corrugò la fronte: “Grilletto facile, credo”.
La bocca larga e carnosa di Catalano si contrasse in una smorfia. Di tutti i suoi uomini a disposizione il Vice ispettore Pontone era il tipo meno adatto per vedersela con una rapina. Quel soprannome glielo aveva appiccicato proprio lui dopo averlo visto perdere troppe volte la concentrazione e estrarre l’arma dalla fondina senza pensarci due volte. L’aveva rimproverato spesso, sia in via ufficiale che in sede privata, ma lui aveva sempre continuato a comportarsi in quel modo nervoso e incauto. Di trasferirlo non se ne parlava perché Pontone era l’archivio umano del commissariato, talmente bravo da far impallidire i file del computer, poi erano compaesani e le radici non si potevano recidere e, come ultimo, faceva da trade-union per salvare il salvabile di una grande amicizia adesso risucchiata nelle pieghe della marginalità.
Prese il cellulare e chiamò direttamente il Vice Ispettore.
“Dove siete?” gli chiese.
“Stiamo arrivando, commissà”.
“Mi raccomando…”
Non ottenne risposta. Erano già sul posto, probabilmente.
Adesso sentiva il bisogno di una boccata di fumo acre. Prese il sigaro lasciato sulla scrivania, unì i due pollici e con un colpo secco lo spezzò in due. Era arrivato si e no alla terza boccata quando le note di Roxanne dei Police si sprigionarono dal cellulare. Guardò il display: Pontone.
“Allora!” esordì il commissario.
“Venite, commissà, che qui è una tragedia”! Mai l’aveva sentito così disperato e dimesso nei toni.
Il cuore cominciò a martellargli la cassa toracica anche perché la comunicazione si staccò e lui non ebbe altri ragguagli in merito.
“Tre in macchina con me, subito”, ordinò ai suoi uomini.
Raggiungere l’Ipermercato fu una questione di pochi minuti. Nel parcheggio erano già in sosta parecchie autovetture della polizia e dei carabinieri. Nessuno degli agenti impugnava qualche arma e questo era un preciso segnale che la tragedia, se di questa si doveva parlare, era già stata consumata.
Un’autoambulanza fece il suo ingresso nel parking a sirene spiegate mentre il commissario entrava di corsa nella grande hall. Con lo sguardo scrutò il lungo corridoio di marmo lucido che portava ai vari settori commerciali. In fondo c’era un capannello di persone e, in cima alla scala mobile, davanti a lui, altri due gruppi poco distanti tra loro. Si diresse lì. La scala era bloccata. Percorse i gradini metallici saltandoli a due a due. Con una mano scostò, in modo brusco, quel muro umano e si trovò di fronte il Vice Ispettore Pontone. Era seduto per terra. Con una mano si manteneva il polpaccio della gamba sinistra che sanguinava copiosamente, mentre con l’altra impugnava ancora la pistola. Il volto esangue solcato da lacrime che scendevano come un torrente in piena, gli occhi puntati nel vuoto che si rianimarono solo quando il commissario lo interpellò.
“Che è successo?”
“Quello,” e con un cenno della testa indicò l’altro raggruppamento dove si intravedeva una persona distesa per terra, “ha fregato il nostro Luchino ma io ho fregato lui”!
“Come Luchino?”
“Si, Luchino, Luchino”, gridò, disperato. “Andate da lui, Commissà, a me lassateme perde che stongo vivo”.
Il commissario, come se avesse ricevuto un maglio sulla testa, barcollò e si dovette appoggiare al passamani della scala mobile per non cadere. Fu solo un attimo. Ridiscese in fretta le scale e corse come un centometrista verso quel traguardo segnato dal dolore.
“Luchì, fraté, che ti hanno fatto?” gridò, disperato, come se questi potesse ancora rispondere. S’inginocchiò accanto a quel corpo spento, nella piega del dolore, urlando la sua rabbia. Avrebbe voluto voltarsi, scappare lontano, ricordare l’amico nel tempo felice e non in questa circostanza orrenda, ma il senso del dovere lo costrinse a rimanere lì, nel cunicolo cieco di una fine violenta e barbara. Fissò lo sguardo verso quelle labbra violacee già incarnate nella morte. Labbra che avevano riso, sussurrato, amato e che adesso sarebbero state immote per sempre. Guardò con orrore quel foro nero sulla tempia destra da dove usciva una materia grigiastra aggrumata. “E’ stata un’esecuzione” pensò prima di essere sopraffatto da un’intensa emozione. Gli sfuggì un gemito quando un’ordalia d’immagini passò davanti ai suoi occhi. Loro due insieme fin dall’infanzia: il cortile di un condominio, i calci al pallone, le feste di compleanno, la scuola, dalla prima elementare al liceo classico, le ragazze, le speranze, i sogni d’evasione da una città di provincia vista come una gabbia, ma amata come la più preziosa delle gemme. Una laurea in scienze politiche per tutti e due e un concorso nella polizia di Stato vinto brillantemente da entrambi. Il corso da allievo ufficiale a Cosenza e il primo impiego a Palermo per poi trasferirsi a Torino e rimanerci fino a questo tragico epilogo. I gemelli dauni li chiamavano per la loro unità, per il pensiero comune, per le parole d’amore verso una città che, pur essendo stata avara nell’offrire prospettive di lavoro e irrispettosa del loro entusiasmo e della loro intelligenza, veniva ricordata sempre con affetto e nostalgia. I primi anni a Torino furono difficili per entrambi. L’ambientamento, innanzi tutto, in una metropoli in cerca di una nuova identità sociale dopo gli anni grigi, in tutti i sensi, di una monocultura industriale che l’aveva dapprima esaltata e poi gettata nella disperazione per l’assenza di nuove prospettive. In una città che era diventata in pochi anni un crogiuolo di razze, di culture e di religione diverse. Una città in procinto di esplodere ogni giorno ma che riusciva a tenere grazie alla abnegazione di molti che usavano l’intelligenza al posto della violenza e Luca Tonti era uno di questi. Poliziotto fuori e uomo di cultura e di umanità dentro. Per lui il lavoro “sporco” sulle strade non era consono alle sue idee. Preferiva l’indagine e il ragionamento all’azione pura. In questo era dissimile dal collega e amico Catalano più disposto a farsi sopraffare dagli impulsi che disporsi a ragionare e questa diversità di formazione, ad un certo punto della loro carriera, venne a galla.
Un anno prima, con l’avvento del nuovo Questore di Polizia, c’era stato il riassetto degli incarichi. Catalano si aspettava la promozione a vice capo della squadra mobile, per i suoi certificati meriti acquisiti sul campo che,però, non furono sufficienti all’avanzamento di carriera e la funzione fu assegnata, a sorpresa, proprio al suo amico più caro che non vantava certo il suo ruolino di servizio. Luca Tonti era dirigente capo dell’ufficio stranieri, un ruolo importante ma non paragonabile a quello di un pari livello impegnato in prima linea contro malfattori di ogni genere e schiatta. Questo era il pensiero di Catalano che un giorno lasciò andare alla deriva la sua rabbia con l’amico non risparmiandolo di critiche e sospetti. Luca aveva ascoltato i suoi sfoghi con pazienza, manifestando anche il suo stupore per quella nomina inaspettata ma, poi, Antonio, fece un passo di più del consentito, più di quanto una seppur consolidata amicizia permetteva. “Non è che i tuoi rapporti idilliaci con la magistratura abbiano influenzato i nostri superiori in questa scelta?”. Non fu per niente ironico Catalano, voleva colpire e pensava di aver trovato il punto debole di congiunzione. I rapporti idilliaci erano quelli che intercorrevano tra Luca e Carla, un giovane magistrato del Tribunale locale. Gli occhi di Luca fiammeggiarono, e Antonio trasalì: in quello stesso momento aveva capito di aver passato il limite, di aver contaminato con prodotti tossici il fertile terreno morale dell’amico. Da quel momento tutto il verde di quel lungo e inossidabile rapporto divenne nero petrolio, il calore dei sentimenti diventò vischioso come la brina d’inverno e i rubinetti da cui sgorgava la linfa della fratellanza si chiusero per sempre. Solo il vice ispettore Pontone, amico di entrambi, non si rassegnava a consegnare quel sodalizio perduto agli annali del tempo. Lottava da par suo,a volte inventandosi frasi ad effetto da loro mai profferite, affinché tutto tornasse come prima ma doveva fare i conti con lo spropositato orgoglio che li intossicava ogni giorno di più. Nessuno dei due mollava di una virgola, nessuno dei due era intenzionato ad ammettere i propri errori e nessuno dei due era disposto a fare dei passi verso l’altro. Erano diventati l’uno con l’altro dei fantasmi. Potevano essere anche spalla a spalla ma era come non esistessero almeno fino a quel giorno in cui la morte aveva livellato ogni angheria ripristinando, paradossalmente, l’amicizia perduta. In quel preciso momento per il commissario, era come se la vita si fosse ampliata: vedeva di più, sentiva di più e sapeva con certezza di aver amato molto di più. Di più della normalità, così, come ora!



Frator, 13 Aprile 2009






















martedì 7 aprile 2009

Libordo


Libordo partì per l'America subito dopo la guerra, e io me lo immagino, grande e grosso com'era, ottimista, volenteroso e forte. Lo immagino lavorare in qualche miniera, o in qualche impresa di costruzioni. Sicuramente abitava in qualche monolocale del bronx, lui la moglie e il figlioletto. Questi monolocali ai piani alti di questi palazzoni americani, se ne vedono tanti al cinema: mi viene in mente quello di DeNiro in Taxi Driver (a colori) o quello di Sterling Hyden di Rapina a mano armata, (in bianco e nero), io me lo immagino in bianco e nero, questo monolocale: senza ascensore, la scala antincendio che attraversa l'unica finestra, le pareti di cartone che ti filtrano tutte le conversazioni, tutti i litigi del vicino. No, la televisione non c'era, perche' era stata inventata da poco, e i soldi erano ancora pochi all'inizio della avventura americana.Alla sera, dopo mangiato, Libordo si lavava e si coricava, e aspettava che il figlio Giovannino si addormentasse, per scopare la moglie.
Nel buio: "Giuvannì?"
"Che c'e'?"
"Che stai facenno?"
"Me sto addurmentanno, papà".
Libordo imprecava in silenzio, perche' le ore di sonno erano poche, e domani sarebbe stata un’altra giornata di lavoro dura, durissima. “Giuvannì?"
"Che c'e'?"
"Che stai facenno?"
"Stèv rurmenno, papà, che e' succiess? Rispose il figlio con la bocca impastata, le parole incerte.
Dopo, ancora molto dopo:"Giuvannì?"(silenzio)"Giuvann'?", con un tono di voce un pò più alto, per accertarsi che Giuvannino dormiva davvero."Giuvannì?... s'e' addurmut, Assuntì, iamm!"
"Addò iamm, papà?"

Contributo di Sabato Cuomo







Back to Top http://www.degraeve.com/favicon/favicon.ico?9583.72994399728